Berlinguer, un comunista anomalo

Berlinguer
Da-Moro-a-Berlinguer

Il compromesso storico non era una semplice strategia delle alleanze tra le forze politiche.

Mi intrometto in questo ragionare, non facilmente definibile, come una dei non comunisti eletti nel 1976 nelle liste del Pci, gente di sinistra, tra cui eredi della rimossa cultura azionista e cattolici non più democristiani, un pezzo insomma del progetto «compromesso storico» voluto dall’allora segretario Enrico Berlinguer, un comunista anomalo, uno che si rendeva conto della realtà contemporanea in evoluzione. Mi aveva motivata ad accogliere un invito di così grande responsabilità il convincimento che il Pci era ormai una forza democratica in grado di governare a di superare quella conventio ad excludendum che per decenni ha condannato il nostro paese – caso unico nella politologia europea – a non conoscere alternanza di governo.

Il «compromesso storico» è rimasta nella memoria una strategia politica controversa. Il “governare” rappresenta ancora un enigma nella storia della sinistra. La base del Pci di allora si sentiva depositaria di una fede ostile ai consociativismi: non avrebbe accettato di governare nemmeno con i socialisti sempre memore della scissione del 1921, e, tanto meno, con la Dc, il partito deii «forchettoni» del 1948. Ma l’espressione berlingueriana recuperava, secondo le parole di Berlinguer, «la cultura delle masse comuniste, socialiste e cattoliche», non direttamente l’intesa con la Dc. Non si spiegherebbe altrimenti l’apertura ad indipendenti laici non ideologicamente omogenei e a personalità cattoliche non solo già orientate a sinistra, ma critiche nei confronti di una Chiesa che aveva privilegiato un partito chiamato strumentalmente (don Sturzo non era d’accordo) «cristiano». E tantomeno si spiegherebbe l’elezione di un pastore protestante, di Raniero La Valle, defenestrato dalla redazione dell’Avvenire d’Italia, o di Piero Pratesi, ex-direttore del Popolo, quotidiano della Dc, nessuno dei quali poteva valere come merce di scambio. Nella direzione del partito – già allora divisa, ma senza rumori esterni – qualcuno pensava, perfino con illusioni egemoniche, ad esiti governativi: ne erano prova gli incontri mattutini alla Camera tra quel gentiluomo comunista che era Fernando Di Giulio e un uomo di Andreotti, Franco Evangelisti, meglio noto come «a Fra’ che te serve?».

Il giornalista Emanuele Rocco ci fece sopra un libro inopportuno, Il ministro ombra. Che, poi, si fosse venuta sviluppando una politica di intelligenza con Moro è indubitabile. Ma entrambi, Berlinguer e Moro, avevano a cuore gli interessi del paese. Non dimentichiamo che Moro pagò con la vita e che sulle responsabilità della sua morte è in corso l’ennesima Commissione d’indagine. Non va, infatti, dimenticata la durezza del contesto di allora: la crescita di un partito “comunista” faceva paura, anche se non era pensabile nessun soviet e tanto meno uno stalinismo ormai fuori dalla storia anche in Urss (anche se fu un terreno di coltura del terrorismo); ma preoccupavano le reazioni degli Stati Uniti (ricordate l’ambasciatrice Clare Boothe Luce?). Io temevo non tanto un golpe ma un attacco alla lira e un default economico per istaurare un governo democristiano di destra. La storia andò altrimenti: non dimentico lo scorrere dell’adrenalina nei mesi prima e dopo l’uccisione di Moro. Non si poteva più nemmeno pensare di andare avanti.

In questo contesto Berlinguer rischiò di venire imprigionato da un “comunismo dei principi” che non mi interessa sapere se fosse togliattiano perché Togliatti era già così lontano storicamente quanto oggi lo è Berlinguer. Il cui rigore non voleva essere settario perché era fondamentalmente etico. Aspirava ad un partito “diverso” nel senso in cui oggi diciamo “di sinistra” il riconoscimento dei diritti dei gay o dello ius soli, perché la democrazia stessa deve riconoscere le differenze. Poi sapeva che i miglioristi erano diversi in altro modo, diverso dai compagni duri e puri. Prese comunque posizioni assolutamente democratiche: lo “strappo” fu certo tardivo, come tardivo fu quello di Occhetto: nel 1992 la storia era già pronta per un Pd, come la Russia era pronta per Gorbaciov, anche se sventuratamente anche l’Occidente preferì Eltsin. E, in questo d’accordo con Vacca, il Pci continuò a restare senza una proposta di governo. Perché il vizio di certa sinistra resta di decidere che la sinistra “non deve” governare, perché i principi, come per Papa Ratzinger, non sono negoziabili; il che è vero, ma siccome i principi sono fini che stanno davanti a noi, la responsabilità umana è di farsi responsabili del loro percorso. Belringuer – che aveva subito un attentato quanto meno intimidarorio in terra sovietica – riconobbe, senza grande consenso interno, che la presenza dell’Italia nella Nato non era più incompatibile. E tentò la proposta eurocomunista senza possibilità di costruirla in un’Europa divisa a sinistra e poco europeista (aveva portato in Parlamento Altiero Spinelli, ma non era così appassionato all’allora Comunità europea). Invece sbagliò sicuramente a intervenire al Lingotto pochi giorni prima della marcia dei 40.000 colletti bianchi. Infatti, il tessuto sociale non solo in Italia era già cambiato. A anche se non si prevedeva la (vera) rivoluzione delle nuove tecnologie, del processo produttivo robotizzato e della nuova “forma” lavorativa del precariato, lascia stupiti che il Pci abbia nel processo trasformativo preceduto i sindacati, ancora fermi alla difesa degli occupati e dei pensionati. Perché negli anni Ottanta era già ben chiaro che il mondo cam-

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