Berlinguer, la solitudine di un leader popolare

Berlinguer
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Temeva che con la “sinistra di governo” sarebbe caduto lo storico obiettivo di “fuoriuscire dal capitalismo”

La persona, la sua serietà, la coerenza, l’onestà, la sincerità; e la dedizione, lo spirito di sacrificio, oltre a quella fragilità sostenuta da una volontà di ferro: per tutto questo Berlinguer è stato stimato, rispettato, amato da milioni; e lo è ancora. Chi lo ha conosciuto, da vicino o da lontano, direttamente o in immagine, nelle riunioni, nei comizi o in tv non lo dimentica e tramanda i suoi ricordi e i suoi sentimenti ai più giovani. Nella stessa riflessione storiografica, questo dato personale deve avere evidenza come un fattore essenziale anche per la sua figura ed azione politica. Bene ha fatto Biagio de Giovanni a partire di qui; non è un omaggio formale o emotivo ma l’esito obbligato di una riflessione fredda e consapevole.

Quella di Berlinguer è stata una leadership molto forte, da lui usata anche per assumere posizioni e prendere decisioni “in solitudine”, come si addice ai leader. I quali, pur selezionati e prodotti in circostanze e attraverso meccanismi i più diversi, ci sono sempre stati e sempre sono stati fattore indispensabile della politica e della sua efficacia. L’argomento andrebbe approfondito; sarà per un’altra volta. Per almeno un decennio, l’uomo con il carattere e le doti ricordate, è stato protagonista decisivo della politica italiana; su quale linea, con quali esiti? La linea fondamentale, la “strategia”, fu quella messa a punto nei primi anni del dopoguerra, sulla scia dell’esperienza antifascista; denominata poi “via italiana al socialismo” sarà via via adattata alle esigenze dei tempi. È la linea togliattiana, che affidava il consolidamento della democrazia e la trasformazione progressiva della società in direzione del socialismo alla convergenza e alla collaborazione delle “grandi componenti popolari”, quella comunista, quella socialista e quella cattolica. Ne derivava un corollario; il Pci si proponeva certamente di partecipare al governo ma insieme con gli altri partiti democratici, in particolare con quello più grande, la Dc. Il Pci non ha mai perseguito l’obiettivo di partecipare a un governo che scaturisse da una competizione aperta e alternativa, che comportasse alternanza e reversibilità nel governo del Paese.

Il motivo non era solo e tanto la realistica considerazione dei vincoli e degli impedimenti internazionali, che pure ebbe il suo peso. Era un motivo più profondo, non condizionato da altre preoccupazioni. Solo con governi che vedessero la presenza di tutte le forze democratiche, non solo di quelle di sinistra, era possibile, almeno da un punto di vista logico se non dal punto di vista politico, conciliare il passaggio al socialismo con la continuità della democrazia. Non c’era nulla di strumentale nella fermezza con cui il Pci sosteneva e difendeva questo punto strategico. Quando i governi Dc-Psi si rivelarono esausti e divennero impraticabili, Berlinguer con il “compromesso storico” rilanciò questa strategia. Rispetto alla tradizionale linea della unità fra tutte le forze democratiche e popolari, qualcosa di suo aggiunse. Nella concreta condotta politica si concentrò sul rapporto con la Dc, lo considerò prioritario; la questione del Psi (e dell’unità della sinistra) diventava così, se non secondaria, derivata. Una volta costruito un rapporto solido con la Dc, il Psi – e anche gli altri partiti laici – si sarebbero acconciati. Sento l’obiezione: Berlinguer ebbe a che fare con la “degenerazione craxiana” del Psi. No; questo atteggiamento è stato costante in Berlinguer. Basta ricostruire il periodo successivo alle elezioni del 1968 che avevano registrato un rafforzamento della opposizione di sinistra e un clamoroso flop della lista unificata PsiPsdi. Era un momento nel quale tutto (i forti movimenti sociali, la stessa posizione del Pci sulla Cecoslovacchia, ben diversa da quella sull’Ungheria di dodici anni prima, oltre al quadro politico italiano) spingeva a sviluppare una forte iniziativa politica unitaria nei confronti del Psi che recedeva dalla unificazione col Psdi e, con l’esaurimento del centrosinistra, si trovava senza linea e senza prospettiva. Ci fu, invece, un silenzio totale, che durò quattro anni, fino a quando non si presentò una occasione – il Cile – per lanciare il “compromesso storico”.

Berlinguer diventò vicesegretario (di fatto, per le condizioni di salute di Longo, segretario) del Pci nel febbraio 1969. Questa fu la sua prima prova come leader pienamente padrone delle proprie scelte. E Craxi era di là da venire. Nel triennio 1976-79 il Pci ebbe una funzione decisiva nel sostenere il governo. Allora e negli anni immediatamente successivi progredì in modo significativo sulla strada dell’autonomia nei confronti delle posizioni e della politica del Pcus e dei partiti dell’area sovietica: l’intervista di Berlinguer sulla Nato, il suo discorso a Mosca nel 60° anniversario della rivoluzione d’ottobre sul «valore storicamente universale della democrazia», la condanna dell’invasione dell’Afghanistan, la denuncia dell’«esaurimento della spinta propulsiva» dopo il golpe in Polonia. Paradossalmente, però, questi stessi passi avanti rendevano più acuta l’insofferenza per quel grumo irrisolto che impediva al Pci di essere, senza riserve e impedimenti, sinistra di governo. Con “sinistra di governo” intendo una sinistra che, qualsivoglia siano i suoi programmi e i suoi obiettivi a breve, medio e lungo periodo, in un regime democratico agisce per conquistare la maggioranza e governare, entro un sistema competitivo che prevede e consente alternanze e alternative. La riserva nei confronti di una simile scelta strategica non fu mai superata e Berlinguer l’ha rafforzata e resa connaturale al Pci. Temeva che imboccare la strada della “sinistra di governo” avrebbe comportato la caduta dello storico obiettivo di “fuoriuscire dal capitalismo” per instaurare un altro “sistema”, il sistema socialista; e, quindi, la dispersione della stessa originalità e identità del Pci. Questa riserva ha ipotecato e indebolito l’azione politica del Pci, gli ha tolto progressivamente credibilità. Un partito, in particolare se di grandi dimensioni – diciamo uno dei due maggiori in un Paese – non può vivere perennemente senza avere nel proprio orizzonte l’obiettivo di governare (una volta escluso quello di “prendere il potere” a prescindere dalla democrazia). Non può considerare sola ipotesi praticabile quella di governare con tutte le altre forze democratiche o, altrimenti, stare all’opposizione; escludendo, cioè, per principio, per strategia, addirittura per propria natura e identità la possibilità di partecipare ad una contesa alternativa i cui esiti possono favorire talvolta uno e talvolta l’altro, che comporta dunque l’alternanza e la reversibilità della collocazione di ciascuno. Così, dopo la solidarietà nazionale, il Pci si trovò senza linea politica e senza futuro politico. Nessuno ebbe la lucidità per capirlo e il coraggio per dirlo: neppure Berlinguer che di quel partito era il leader fino a quel momento indiscusso. Cosa avrebbe fatto Berlinguer se fosse stato lui segretario quando è caduto il muro (appena cinque anni dopo la sua morte) ed è crollata tutta la costruzione sovietica? Non lo so io e non può saperlo nessuno. Non sono neppure sicuro che avrebbe lasciato cadere la denominazione “comunista”. Ancora oggi non sono pochi – senza far nomi – fra i suoi coetanei e non, quelli che nel binomio “comunista italiano” considerano il secondo termine più caratterizzante del primo, e pensano che grazie all’”italiano” sarebbe stato possibile portarsi dietro anche il “comunista”.

Comunque, nel 1989 e dintorni non si son dovuti fare i conti solo con il nome. Berlinguer avrebbe favorito o ostacolato il passaggio dal proporzionale al maggioritario? Che in sostanza dichiarava conclusa la “grande strategia” della unità delle forze democratiche e popolari elaborata e seguita dal Pci per assumere quella della competizione aperta per il governo secondo le regole dell’alternativa e dell’alternanza. Le domande potrebbero continuare; ma, ripeto, nessuno può dare risposte certe. Tuttavia è evidentemente troppo forte la tentazione di usare il fascino e il carisma di Berlinguer per puntellare i progetti che questo o quello persegue oggi. Così lo si usa come grande alibi soprattutto per continuare a identificare la sinistra con quel che è stato il Pci, per considerare davvero sinistra solo quello che – più o meno – continua a somigliare al Pci. Salvo il fatto che ciascuno ha del Pci una idea sua; e le idee sono diversissime fra di loro (basta leggere gli interventi pubblicati) ma tutte aspirano alla santificazione grazie al richiamo a Berlinguer. È un parassitismo che non mi piace; e che, comunque, non voglio condividere. Berlinguer non è stato un profeta portatore di una buona novella che attraversa i tempi e sopravvive al mutar delle circostanze. È stato un uomo politico. Farne un ancoraggio metapolitico e metastorico, magari per tener viva l’idea di sinistra che abbiamo coltivato per una vita e che non vogliamo abbandonare, per salvaguardare le coerenze personali che ciascuno di noi dovrebbe giustificare sotto la propria esclusiva responsabilità, è un esercizio davvero meschino. Fa torto a Berlinguer, tutto sommato non riconosce neppure al Pci quel che gli va riconosciuto, e non credo rassicuri e tranquillizzi neppure coloro che a quell’esercizio si lasciano andare.

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