Berlinguer e i nostri fragili nuovi inizi

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Prosegue il dibattito su Berlinguer inaugurato sull’Unità di martedì 20 dal filosofo Biagio de Giovanni

Ebbene sì, Enrico Berlinguer era comunista. Ma c’è di peggio, caro de Giovanni. C’è gente come me che non solo era comunista, lo è ancora. Scherzo naturalmente e spiego il senso che do a questa incredibile parola. Il dovere che sento è che qualcuno deve pur cominciare a dire che la politica non è solo le cose disprezzabili e incomprensibili che la gente vede oggi. Apprezzo tante cose di Renzi. Penso però che tutto cambia ma nulla cambia se la politica non poggia i piedi su una partecipazione più larga della gente. Chi comanda nella realtà se la democrazia non si organizza, se i partiti e i sindacati non contano nulla? Qualcuno deve pur cominciare a dire che non basta dare più potere a chi governa. Questo potere resta debole se non ha una visione del mondo, se non indica un nuovo orizzonte. La politica è una assunzione di responsabilità verso gli altri. È anche consapevolezza delle gigantesche mutazioni in atto, e non solo delle sue ingiustizie inaudite bensì anche della nascita di una nuova umanità la quale non può stare insieme secondo le logiche di un mercato considerato come la legge naturale del mondo. Diciamo su Berlinguer quello che vogliamo ma resta il fatto che gli individui non possono più essere liberi da soli, le persone non esistono senza un nuovo rapporto con gli altri.

Mi scuso con Biagio de Giovanni per questa botta di nostalgia. Non pensi che io voglia parlare d’altro. Capisco bene che egli ragiona su un concreto movimento politico nato sull’onda della rivoluzione russa del 1917, cresciuto sotto la direzione del Comintern, morto, di fatto, con la crisi dissolutiva dello Stato sovietico e del disegno staliniano. È storia passata. Punto. Lo sappiamo. Si tratta di sconfitte e vittorie, di delitti ed eroismi, di modernità e di fenomeni barbarici. E ancora, di dittature e di giganteschi sommovimenti di popoli: Cina, Cuba, perfino un socialismo arabo, la fine del colonialismo. È storia finita, da decenni. Punto. E, francamente, non credo che c’era bisogno di un filosofo napoletano per saperlo, e dirlo. Ma nemmeno devo ricordare (lo hanno già fatto altri su queste colonne) che la storia del Pci è stata diversa.

Vengo invece al problema irrisolto e cruciale che de Giovanni solleva. È la necessità di un «nuovo inizio». Le sue parole sono queste e io le cito perché sono il succo del suo importante articolo, e io le condivido. Dice: con la fine dell’Urss, giungeva al suo termine anche una sezione fondamentale della storia della sinistra italiana, e nessuna antica ed efficace rivendicazione di autonomia poteva sostituire la morte del padre. Per cui la sua scomparsa poteva solo essere affrontata con un nuovo inizio, che però, a mio giudizio, non è appartenuto alla storia del Pd, e delle sue varie evoluzioni, dal 1992 in poi, giacché poteva essere interpretato solo da altre classi dirigenti e direi, letteralmente, da una nuova generazione. Finito quel mondo, la storia della sinistra italiana era destinata solo a una rifondazione, non a ricostruirsi attraverso la sintesi di due culture sconfitte, e da parte degli stessi uomini che di questa sconfitta erano stati i protagonisti. Fine della citazione. Benissimo. Condivido e rinvio ai miei numerosi scritti.

Ma detto questo, da dove può prendere le mosse questo «nuovo inizio»? Dalla fine del movimento comunista che è nato nel ’17 dell’altro secolo, che è morto con la fine dell’Urss e di cui si è quasi persa la memoria? Dalla debolezza di un partito, il Pd la cui stessa esistenza è in discussione? È un po’ poco. Qui si sta discutendo con un grande intellettuale. Si abbia allora il coraggio di prendere atto che il mondo attuale, quello degli uomini di oggi, non quello del 1917, è di fronte a un problema nuovo e gigantesco. È la crisi della democrazia. Non si tratta delle macerie del comunismo ma del venir meno del fondamento stesso della democrazia moderna (i diritti dell’uomo e del cittadino, le istituzioni rappresentative, l’uguaglianza della legge). Ma ci rendiamo conto della crisi in cui versa la democrazia rappresentativa, dopo secoli di storia e di conquiste gloriose? Metà dell’elettorato non va più nemmeno a votare. E mi ha colpito uno scritto di Zagrebelski, l’ex presidente della Corte Costituzionale, il quale facendo il verso alla celebre definizione di Renan della Nazione come «plebiscito permanente» del popolo sostiene che i governi europei, scalzati dagli «esperti monetari», hanno fatto prevalere il «permanente plebiscito dei mercati mondiali» sul «plebiscito delle urne» (così Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank). E in effetti, se ai cittadini si sostituiscono i produttori e i consumatori, i creditori e i debitori, i venditori e i compratori, il plebiscito del mercato risulta essere la democrazia attuale nella sua forma sempre più menzognera, semplice copertura all’oligarchia finanziaria che comanda realmente. Mi pare una analisi agghiacciante ma assolutamente vera. E così, una volta che le sorgenti sociali della governabilità si siano inaridite, la governabilità, intesa come capacità di governo, da problema di democrazia politica si trasforma in questione di ingegneria costituzionale al servizio dell’efficienza dei mercati, i quali hanno bisogno di costituzioni riformate che consentano decisioni pronte, assolute e cieche, cioè di interventi esecutivi.

Mi sembra questa – caro Biagio – la realtà dalla quale il «nuovo inizio» dovrebbe cominciare. È questa realtà che richiede un partito vero, un pensiero politico che indichi un progetto nazionale, una sovranità e un orizzonte ideale. Richiede quindi nuovi intellettuali e quello che Berlinguer chiamava «il protagonismo delle masse», cioè partire dagli ultimi e non solo dal vertice. Ecco il mio animo. So quanto il tempo politico di Enrico Berlinguer sia lontano. Ma c’era allora una passione popolare e democratica che dovrebbe suggerire qualcosa ai leader di oggi.

 

(Nella foto Alfredo Reichlin con Enrico Berlinguer)

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