Beppe e Fede un amore mai sbocciato

M5S
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Finisce così la rivoluzione 5 Stelle nella strana città di Parma e Beppe cerca di offuscare la notizia

Dopo aver cercato di fare di tutto per offuscare la notizia, nell’ordine: precipitarsi a Roma con Casaleggio Jr, convocare uno a uno come scolaretti i cittadini parlamentari, parlare con la sindaca o-ci-fa-o-ci-è-Virginia-Raggi, la notizia è scoppiata comunque.

Capitan Pizza, l’emblema della prima generazione a 5 Stelle, il ragazzo con la faccia pulita e la erre arrotata così carina, il sindaco con i modini per bene del geometra chiamato a sistemare le stanze della politica e a montare mensole drittissime, che urla poco ma parla moltissimo (mamma mia quanto parla Pizzarotti…), che va a prendere la moglie alla stazione e insieme vanno a fare la spesa, con la nota delle cose mancanti compilata da tempo, la normalità fatta persona, sbatte la porta e manda al diavolo Beppe, le sue utopie, la Rete, il pianeta Gaia, le stampanti 3d, i Kindle e gli assorbenti che non inquinano.

E finisce così la rivoluzione 5 Stelle nella strana città di Parma, il Comune da sempre ballerino nelle intenzioni di voto, che per primo ha abbracciato il cambiamento promesso dai cittadini-qualunque alla faccia dell’orrenda partitocrazia.

Il punto è che Pizzarotti ha fatto scoppiare tutte le contraddizioni interne al M5S, uno splendido partito di opposizione, un meraviglioso contenitore di cittadini arrabbiati, nato dalla geniale idea di Grillo e dalla completa autoreferenzialità dei partiti tradizionali, che però appena si trova davanti a sfide di governo complesse, non risolvibili con un clic, un post, un tag o un algoritmo, si scioglie come neve al sole (con qualche eccezione, per fortuna). Dice tre cose Pizzarotti. Primo. Che governare significa trovare compromessi, dialogare e arrivare a mediazioni.

«Non possiamo dire governiamo e allo stesso tempo non parliamo con nessuno». L’idea di non allearsi mai con altre forze politiche non può funzionare quando ogni giorno devi risolvere i problemi dei cittadini che bussano alla porta di un sindaco. Secondo. «Avevamo un megafono e ora abbiamo un capo politico». E questa è quasi u n’ovvietà. Grillo è da sempre il leader unico di un partito a tutti gli effetti personale. Un partito leaderistico che può reggersi solo con un capo carismatico che dall’alto detta la linea. Se non c’è una classe dirigente e se ci sono solo cittadini venuti dal nulla che bisogna in qualche modo gestire, l’unico modo è richiamare sempre tutti a l l’ortodossia, alla fedeltà a chi comanda.

Chi alza la testa e si mostra critico è automaticamente fuori. Terzo. «Ora vanno di moda i lobbisti, noi facevamo lo streaming, dovevamo aprire le istituzioni, ora ci sono le stanze chiuse». “Pizza” ricorda i tempi della purezza. Poi Di Maio ha cominciato a incontrare i lobbisti e a Roma sono nate le correnti, i capibastone, i caminetti. Anche qui è abbastanza naturale che un movimento prima o poi si trasformi in qualcos’altro, in un partito come tutti gli altri. Ma la contraddizione sta nel continuare a invocare una presunta diversità dagli altri, n el l’arroganza di proclamarsi sempre e comunque superiori quando i fatti dicono tutta u n’altra cosa.

«Un amoree così graaandeeee… » cantava Grillo dal palco di Palermo. Davanti ai fan in delirio. Peccato che tra Beppe e Federico di amore ce ne sia stato ben poco. Perché di partitisentinella ce n’è comunque bisogno nelle nostre democrazie, perché l’indignazione dei cittadini continua a essere tanta e i 5 Stelle sono lì sempre a ricordarcelo. Ma il partito di Grillo deve decidersi: o continuare a crogiolarsi nel ruolo stra-comodo di opposizione o accettare il fatto che per governare e risolvere problemi servono persone autonome e capaci, magari anche antipatiche al leader maximo.

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