Benvenuti nella Leopolda di lotta e di governo

Leopolda 2015
Partecipanti alla Leopolda, Firenze, 11 dicembre 2015.
ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Qui lo straordinario non sta nelle parole ma nella capacità di trasformarle in leggi. La sfida è questa: diventare grandi senza smettere di essere ragazzi

La Leopolda del potere ha sostituito la Leopolda dell’assalto al cielo, sbarazzina e informale e adorabilmente velleitaria: e la rottamazione è stata inghiottita dalla quotidiana banalità della gestione, del governo delle cose e degli uomini, del sottogoverno che eterna se stesso. In difficoltà al cospetto del renzismo – che prima di essere una formidabile macchina organizzativa e politica è uno stato d’animo, una pulsione, uno sguardo sul mondo che rifiuta il disincanto – giornalisti e commentatori ricorrono al più ovvio dei luoghi comuni: l’esaltazione del passato (che è sempre ruspante, glorioso e innocente) e la malinconica condanna del presente (che è sempre omologazione, tradimento, compromesso).

L’equazione che sottende questo pigro ragionare è sempre la stessa, particolarmente cara ad una certa sinistra: il potere corrompe. Chi lo maneggia e ne è investito è destinato a venir meno agli ideali di cui s’è ammantato per conquistarlo, a smentire se stesso, a compromettersi in nome dell’opportunismo o, nella migliore delle ipotesi, del realismo. La sinistra che ragiona così, e la cui nefasta ideologia finto-pauperista permea ancora gran parte dei media nostrani, ha costruito un sistema di potere tanto raffinato quanto efficiente e duraturo proprio sull’antagonismo antropologico, sulla diversità morale, sulla superiorità culturale: noi non ci sporchiamo le mani, hanno detto e vorrebbero continuare a dire, noi siamo diversi. Grandi carriere e interi partiti sono stati costruiti così.

Si potrebbe obiettare che la sinistra moderna è nata precisamente ponendosi la questione del potere, della sua conquista e della sua gestione, spesso infischiandosene del guanto di velluto nel ricorrere senza scrupoli al pugno di ferro. Un partito non è una confraternita né un’associazione culturale: l’idea che debba passare il tempo a discutere tra sé, mentre il grande mondo sempre più, e felicemente, s’allontana sulla sua strada, è una di quelle autentiche perversioni che hanno sfigurato un pezzo importante di sinistra italiana, consegnandola all’isteria e alla sterilità.

No, i partiti servono per fare le cose – e i leader servono perché le cose siano fatte. Non esiste la politica senza il potere: cioè senza il mezzo che trasforma il possibile – la radice della parola non per caso è la stessa – in realtà. Se Renzi, sei anni dopo la prima Leopolda, continuasse a fare il sindaco di Firenze e una volta l’anno raccogliesse amici e simpatizzanti in una vecchia stazione abbandonata, non lo guarderemmo con simpatia né con tenerezza: ci sembrerebbe, e sarebbe, un fallito.

L’aspetto straordinario della Leopolda – intendendo con questo toponimo l’insieme di forze, energie, idee e persone che sei anni fa s’è lanciato alla conquista del potere – non sta nelle parole e nei programmi e nei progetti, ma nella capacità di trasformarli in azioni, decisioni, leggi. Anche chi non ama Renzi, anche chi lo contrasta ferocemente, non riesce a restare indifferente di fronte alla velocità e alla determinazione dell’uomo, all’esercizio quotidiano e straordinario dell’ottimismo della volontà contro il ben più rassicurante pessimismo della ragione, alla pulsione ininterrotta – e dunque qualche volta anche confusa, contraddittoria, persino ingenua – verso le azioni che devono inverare le parole, e che sole possono dar loro un significato non effimero. Il fervore di Renzi è quello del parroco di periferia che preferisce il campetto di calcio al pulpito, del piccolo imprenditore che lavora il doppio dei suoi dipendenti, del pilota che passa la notte a sistemare il motore prima della gara.

La Leopolda non è però una setta, né un covo d’invasati. Il fervore di rado diventa ansia, l’entusiasmo non abbandona la leggerezza, l’autocelebrazione – cemento essenziale di ogni comunità – lascia spazio ad una certa inquietudine, ad un senso di ricerca non ancora compiuta, e persino ad uno smarrimento. D’altro canto il renzismo dev’essere un motore sempre acceso, e la parola che più di ogni altra, bel al di là delle intenzioni di Renzi, ha finito per definirlo – la rottamazione – richiede una mobilitazione permanente, una discreta dose di coraggio, e un senso dell’urgenza che cozza con la rappresentazione tradizionale del potere come quiete e status quo.

Ecco, si potrebbe dire così: attraversare il potere, usarlo con la necessaria spregiudicatezza infischiandosene dei moralisti amorali, non arrestarsi di fronte alle convenienze e rigettare le buone maniere impedendo che quell’esercizio diventi routine, abitudine, acquiescenza. O anche: diventare grandi senza smettere di essere ragazzi. Per chi ha una certa età e di politica ne ha vista tanta, la brezza della Leopolda è una sorpresa rinfrescante: non perché è popolata di ragazze e ragazzi volenterosi, allegri e pieni di buone intenzioni, ma perché queste ragazze e questi ragazzi hanno in mano l’Italia.

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