La breve storia di un marziano a Roma

Roma
Il sindaco di Roma Ignazio Marino osserva un reperto durante l'inaugurazione del nuovo spazio museale, sul Pleistocene, a Roma, 30 marzo 2015.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Marino, ascesa e caduta di un sindaco che non è entrato nel suo ruolo

Quando l’8 aprile 2013 Ignazio Marino vinse le primarie del Pd, battendo due candidati forti come David Sassoli e Paolo Gentiloni, si disse che l’onda arancione aveva striato anche il cielo di Roma, storicamente meno incline a esperimenti e a personaggi politicamente poco decifrabili. E infatti Marino, il senatore-chirurgo, era considerato – e lui si considerava – un po’ un alieno. Un marziano, si è detto poi. Lo era stato anche nel Pd, partito con cui ha avuto e ha un rapporto altalenante, come di amore-odio: non a caso fu il “terzo uomo” fra Bersani e Franceschini all’epoca di quelle primarie Pd.

E fu anche grazie al suo apparire “altro” che distrusse Gianni Alemanno alle elezioni, poco è più di due anni fa. Ma a differenza dell’“arancione” Pisapia, uomo da decenni ancorato alla vicenda della sinistra milanese e nazionale, Marino è rimasto un outsider lontano dalle litanie e dalle pratiche della politica-politica. E’ come se non fosse mai entrato pienamente nel ruolo di sindaco.

È stata la sua forza, e anche la sua debolezza. Sarebbe stata un’arma potentissima contro caste, politicismi e degenerazioni partitiche che a Roma sono pane quotidiano da decenni, a destra come a sinistra, se lui avesse avuto l’abilità, la forza e anche la fortuna di far innamorare di sé il popolo romano. Cosa che non è avvenuta. Se non, paradossalmente, presso settori intellettuali e borghesi dove una certa idea della sinistra alligna da sempre. Ma il popolo, quello profondo dei rioni, dei mercati e degli uffici, non se n’è innamorato mai, di Marino.

Eppure la bicicletta, una certa anticonvenzionalità, l’onestà, l’aura dello scienziato erano effettivamente tutti ingredienti buoni per sfornare un’immagine del tutto opposta a quella del truce Alemanno, non solo, ma anche a quella dei politici di professione Veltroni e Rutelli. Un sindaco diverso.

L’operazione immagine era riuscita abbastanza, al Nostro. In questi anni, con alti e bassi, Marino è andato avanti, anche se con la politica, cioè con la capacità di realizzare – perché questo è il suo vero punto debole – il sindaco di Roma ha dimostrato di avere un problema. Strano, per un uomo concreto. Per un grande chirurgo.

Cosa si ricorderà della giunta Marino (oltre ai pasticci di questa fase)? La controversa pedonalizzazione dei Fori, che ha più irritato che portato consensi, gli incidenti nella metro, gli autobus stravecchi, le buche non colmate, le tensioni nella periferia. Di primo acchitto un romano medio farebbe questo elenco. Un pessimo elenco.

Ma il dramma si è avuto quando all’atteggiamento un po’ naif, tipico di uno che sembra avere la testa da un’altra parte, Marino ha sovrapposto un piglio iracondo e autoreferenziale, determinando una miscela che ha infastidito tanta, troppa gente. Quando ha cominciato a dare l’idea di prendere in giro tutti.

Mentre iniziava il Calvario degli infortuni, degli errori, delle brutte figure: già tramortita dall’espolosione di Mafia capitale, Roma ha visto in successione il funerale di Casamonica con lui in America per giorni e giorni; la clamorosa esternazione del Papa («Marino non l’ho invitato io, è chiaro?») e quell’etichetta di “imbucato” che gli resterà appiccicata per l’eternità; infine, le cene pagate con carta di credito, gli accertamenti, un bello scandalo da Prima repubblica. Una buccia di banana. L’ultima, per il Marziano.

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