Autoritario? Decidere è la quintessenza della democrazia

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Perché i cittadini abbiano potere di scelta, occorre che il governo faccia le cose. Non c’è niente di autoritario in tutto questo

Molto opportunamente i dirigenti delle due principali minoranze interne – Gianni Cuperlo e Roberto Speranza – hanno sollevato ieri alla Direzione del Pd la questione della leadership, e altrettanto opportunamente l’hanno collegata ad un altro aspetto, insieme identitario e politicanente cruciale: che cosa significhi oggi essere di sinistra. L’ex capogruppo ha parlato di una “segreteria del tutto insufficiente”, l’ex presidente ha giudicato Renzi “non all’altezza” del suo ruolo.

Che cos’è un partito, a che serve, e come lo si dirige? Potremmo sintetizzare così: un partito a vocazione minoritaria privilegia la propria identità, un partito di governo è in grado di offrire una soluzione ai problemi generali del Paese e, quando vince, si occupa esclusivamente di realizzare gli impegni presi con l’elettorato. I comunisti italiani abbandonarono la concezione identitaria del partito al Congresso di Lione, nel 1926, nella convinzione che sporcarsi le mani sia più importante che sventolare una bandiera. Da allora è passato poco meno di un secolo, la sinistra ha percorso molte strade, si è lacerata più spesso del necessario, e, sebbene non abbia mai veramente abbandonato la propria vocazione minoritaria, ha sempre saputo combatterla, arginarla, superarla. Basterà citare, restando agli ultimi anni, l’“invenzione” dell’Ulivo, la svolta modernizzatrice di D’Alema, la fondazione del Pd con Veltroni.

È in questo solco – il solco migliore della sinistra riformista italiana – che si muove Matteo Renzi: ben sapendo che il rinnovamento (politico, culturale, valoriale) non può fermarsi mai per la buona ragione che la realtà non si ferma mai. E la sinistra è utile soltanto se incide sulla realtà. Ieri Renzi ha rivendicato con forza una visione dello sviluppo e della rinascita dell’Italia fondata sulla centralità dell’impresa (pubblica e privata), sull’abbassamento della pressione fiscale, sulla valorizzazione del ceto medio, sugli investimenti (pubblici e privati), sulla sburocratizzazione della macchina farraginosa e inconcludente dello Stato, sul recupero del potere d’acquisto delle famiglie. È almeno dai tempi di Roosevelt e del New Deal che la sinistra, nel mondo, si muove in questa direzione. Dov’è dunque lo scandalo? Esiste nel Pd una linea politica alternativa? Il sospetto che lo scontro quotidiano che contrappone le minoranze alla segreteria e al governo sia povero, poverissimo di politica è purtroppo fondato. E qui veniamo al tema della leadership.

Diciamoci la verità: il Pci, strutturalmente all’opposizione, aveva molto tempo libero per discutere di sé e del Paese. Normale che quel riflesso condizionato perduri ancor oggi: ma oggi la situazione è profondamente mutata. La discussione – che peraltro nel Pd di Renzi supera per ampiezza, durata e durezza tutta la storia passata – non può generare altra discussione: si discute per decidere, e si decide per fare. I partiti non sono cenacoli né Accademie, ma strumenti per il governo del Paese regolarmente sottoposti al giudizio degli elettori (cioè dei loro interessi materiali).

Non c’è niente di autoritario in questo: al contrario, è la quintessenza della democrazia, che senza etica della responsabilità diventa mera autoconservazione del ceto politico. Perché i cittadini abbiano potere di scelta, occorre che il governo faccia le cose: la responsabilità del leader si misura sul benessere del Paese, non sul consenso consociativo dell’oligarchia. Nel gran blaterare di Partito della Nazione, sarebbe davvero un peccato se si formasse un partito contro la nazione.

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