Attenzione inglesi, questa volta si decide per il futuro

Brexit
The British, right, and EU flags flap in the wind outside of EU headquarters in Brussels on Friday, Jan. 29, 2016. British Prime Minister David Cameron is kicking off a high-stakes weekend of diplomatic negotiations on the European Union reforms with a visit to EU headquarters. (ANSA/AP Photo/Virginia Mayo)

Saranno gli indecisi a far pendere la bilancia da un lato o dall’altro e sarebbe davvero bello se lo facessero con consapevolezza e maturità, degna di una tema così importante

La data del referendum si avvicina, il dibattito politico si fa incandescente, i toni apocalittici, ma la Brexit, di fondo, non sembra davvero appassionare il grande pubblico inglese: si tratta, continuano a ripetere giornalisti e politici, del voto più importante da decenni, l’occasione di una vita, una scelta storica; niente a che vedere con le contrapposizioni delle elezioni politiche, che per quanto drammatiche e nette possono sempre essere cambiate all’elezione seguente: questa volta si decide per il futuro, per le generazioni che verranno.

Eppure le strade non portano grandi segni di questa battaglia epocale, alcuni cartelloni per il Leave, qualche banchetto per Remain, veloci apparizioni dei bus elettorali, gente che passa veloce e guarda senza davvero interessarsi. Solo giornali e TV sembrano appassionarsi ad un dibattito fatto di previsioni catastrofistiche o di promesse itrealizzabili.

Sembra una scelta troppo difficile, senza dati certi, quei dati che tanto piacciono ad un elettorato pragmatico come quello inglese, una scelta che divide traaversalmente tradizionali campi ideologici: la leader dello Scottish National Party fianco a fianco al premier David Cameron, l’ex sindaco Boris Johnson a braccetto con il leader UKIP Nigel Farage, e poi il leader laburista Corbyn imbarazzato di doversi trovare d’accordo con i vertici della associazione industriali.

C’è perfino chi, come l’attore David Mitchell, si è spinto a dire che i contribuenti pagano profumatamente i parlamentari per prendere queste decisioni complesse al posto loro.

È mancata l’Europa da questo dibattito. Ci si è confrontati su costi del progetto e su come i soldi potrebbero essere spesi diversamente; si è parlato, tanto, di immigrazione e di come ridurla, di prezzi delle case e di possibili guerre mondiali. Si è parlato soprattutto di “us and them”, noi e loro, la Gran Bretagna e l’Europa, con quel senso di distacco e superiorità che deriva dal non avere mai abbracciato il progetto di integrazione fino in fondo.

Corbyn, e la sinistra, i Verdi, i sindacati (con l’aggiunta in queste ore dell’ex ministro greco Varoufakis) fanno campagna (molto debolmente) per stare in Europa e cambiarla da dentro; Cameron, i Tory, gli industriali, i mezzi di informazione fanno campagna per rimanere, ma senza alcuna ulteriore concessione, promuovendo la permanenza nel club europeo, ma non il suo futuro sviluppo.

Dall’altro lato Johnson, Farage, la sinistra populista di Galloway, uniti nell’identificare nell’Unione Europea la causa di tutti i mali politici, economici e sociali, e orgoglioso di rilanciare una sovranità britannica che fa tanto impero, ma nel mondo globalizzato di oggi suona piuttosto vuota.

Non c’è nel campo di chi vuole uscire una chiara visione e strategia per il futuro, posto che tutti, pur criticandola aspramente, non vedono futuro per la Gran Bretagna senA un rapporto privilegiato con l’UE, ma come questo si configurerà non è dato saperlo. Mon è chiaro come la Gran Bretagna -nelle intenzioni dei brexiters- possa giocare un ruolo da “fuori”, possa influenzare le decisioni pur senza sedersi al tavolo delle trattative.

Ugualmente il “si ma” di Corbyn e Cameron fotografa una situazione, ne sottolinea gli aspetti positivi,a non dà alcuna chiarezza sulla strada futura.

Certo, promuovere l’Unione Europea in questi giorni è un’impresa difficile; ancora più difficile farlo presso un pubblico di natura euro-scettico, che negli ultimi decenni è stato solo alimentato da diffidenza e disinteresse. Le colpe enormi dei governi Laburisti che mai hanno provato a promuovere l’Europa quando era ancora un progetto in espansione positiva, si sentono e si pagano tutte ora, che il progetto di integrazione economica e politica comincia a scricchiolare.

Cosa succederà il giorno del voto non è facile da prevedere: Remain è dato in leggero vantaggio nei sondaggi, ma ci sono ancora troppi indecisi, e in una campagna basata sulle emozioni tutto può succedere all’ultimo minuto.

Ancora più incerti gli scenari del dopo voto, che dipendono non solo dal risultato, ma anche da come questo risultato verrà ottenuto: Farage ha già annunciato che se la Brexit perde “di poco” ci sarà un altro referendum, la Scozia potrebbe, in caso di Brexit, decidere di rimanere in Europa e lasciare il Regno Unito. Anche il destino personale di Cameron sembra ormai segnato: in caso di sconfitta difficilmente potrà restare a Dowming Street a lungo, ma anche in caso di vittoria la partita per la sua successione è ormai aperta, con sfidanti pronti da entrambe le fazioni del partito: il cancelliere Osborne e il ministro Theresa May (per Remain), Boris Johnson e il ministro Gove (per Leave). Ma si parla anche di defezioni importanti verso l’UKIP e non si escludono scissioni.

Mancano meno di due settimane al giorno fatidico. Due settimane in cui entrambi i campi cerceranno di monilizzare gli elettori, di convincerli, di persuaderli. Ma ormai il tono della campagna è stato già stabilito, un tono fatto di urla piuttosto che di ragionamento, di demonizzazione, di paura: tra milioni di turchi pronti a invadere Londra se si rimane, a catastrofici crollo dell’economia e del commercio se si lascia.

Saranno gli indecisi a far pendere la bilancia da un lato o dall’altro e sarebbe davvero bello lo potessero fare con consapevolezza e maturità; quelle stesse consapevolezza e maturità che attualmente sembrano proprio mancare ai leader politici.

Vedi anche

Altri articoli