Asor Rosa, il palindromo che non approfondisce il merito

Il Noista
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“La riforma accresce i poteri del governo”. Ma non è vero

“Non sono un costituzionalista, quindi i miei apprezzamenti hanno ben poco di tecnico…”: comincia così, con un inusitato squarcio di onestà, l’intervista che il professor Alberto Asor Rosa ha rilasciato oggi al Corriere per esporre le sue ragioni del No.

Che si possono riassumere in un solo punto: “E’ evidente che [la riforma-ndr] è stata voluta per trasferire il più possibile dal Parlamento al governo il potere di scelta”.

Purtroppo non è così: i poteri del governo non sono neppure sfiorati dalla riforma, mentre al contrario il Parlamento ne esce rafforzato: l’art. 64, per esempio, introduce per la prima volta “lo statuto delle opposizioni”; l’art. 77 norma in modo più stringente (a sfavore dell’esecutivo) l’iter di discussione dei decreti legge; l’art. 83 aumenta nei fatti il quorum necessario all’elezione del presidente della Repubblica, e così via.

Ma Asor Rosa non è un costituzionalista, e dunque lo perdoniamo.

Senza approfondimenti nel merito – che Asor Rosa, per sua stessa ammissione, ignora – restano soltanto gli argumenta ad personam, cioè la denigrazione di Renzi anziché la discussione della sua riforma.

Il premier, Asor Rosa dixit, “è una figura di estrema mediocrità politico-culturale” e “tende a focalizzare tutto su se stesso giocando su un abbassamento generale del tessuto politico e culturale italiano”. Insomma, una bestia.

Meno male che c’è il professor Asor Rosa a tenere alto “il tessuto politico e culturale”: qualche anno fa se ne uscì invocando lo stato di emergenza per eliminare Berlusconi: bisognava, disse, congelare le Camere e chiamare al governo Carabinieri, Polizia e magistratura. Qualche tempo dopo, visto che nessuno gli dava retta, alzò il tiro per lanciarsi in una nuova, nobile battaglia contro le “centinaia e centinaia di turisti domenicali” che turbavano “la pace e la serenità” del paesello toscano dove aveva comprato casa.

“Asor Rosa, sei un palindromo”, scrissero un giorno sui muri della Sapienza gli indiani metropolitani, l’ala creativa e dissacrante del movimento del ’77: già allora il principe dei baroni universitari appariva vagamente ridicolo.

Indro Montanelli, che certo non simpatizzava con gli studenti che occupavano le facoltà, spiegò il significato della frase: “Lo si può leggere da sinistra o da destra, e vuol dire la stessa cosa, cioè niente”.

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