Armi facili, la guerra vinta dalle lobby che sostengono Donald Trump

Terrorismo
epa05360842 A couple joins residents of San Francisco and the Bay Area to mourn, honor, and remember the victims of a mass shooting at a LGBT nightclub in Orlando, Florida, at Harvey Milk Plaza in the Castro District neighborhood in San Francisco, California, USA, 12 June 2016. At least 50 people were killed and 53 were injured in a shooting attack at an LGBT club in Orlando, Florida, in the early hours of 12 June. The shooter, Omar Mateen, 29, a US citizen of Afghan descent, was killed in an exchange of fire with the police after taking hostages at the club.  EPA/JOHN G. MABANGLO

Solo poche ore prima il terrorista di Orlando ha potuto comprare, indisturbato, l’arma con cui ha fatto la strage uccidendo 50 persone. Ma parte della politica americana (per convinzione o per interesse) vuole mettere la polvere sotto il tappeto

30.000 morti per arma da fuoco l’anno. Oltre 100.000 morti ammazzati, di cui 20.000 bambini, negli ultimi 10 anni. Numeri che fanno accapponare la pelle e pensare a paesi in guerra invece che alla maggiore potenza mondiale, gli Stati Uniti. In confronto, nel terribile 2015, in Iraq vi sono stati 16.155 civili ammazzati ed in Siria – con la guerra civile – 55. 219.

Perché tutti questi morti? Com’è possibile che non sia possibile sanare le situazione? Il problema principale risiede nella mancanza di regolamenti sull’acquisto di armi da fuoco. Nella maggior parte degli stati non ci sono background checks – o se ci sono sono ridicoli – prima che una persona possa comprare un’arma da fuoco, ivi comprese le semiautomatiche. Praticamente chiunque può vendere armi – ad esempio su internet – senza alcuna licenza e chiunque può comprarsi un arsenale. Persino i potenziali terroristi sulla no-flight list possono comprarsi armi senza problemi, per non parlare dei malati mentali, troppo spesso autori di inutili stragi o dei numerosi suicidi. Anche laddove esistono, i controlli fanno acqua da tutti i pori. Se la legislazione statale prevede un background check prima della vendita, vale la regola del silenzio-assenso, se entro tre giorni non si ottiene risposta.

E difatti, l’attentatore di Orlando, Omar Mateen, si è tranquillamente comprato le armi in modo legale qualche giorno fa da un rivenditore della Florida. Un background check serio avrebbe mostrato che Mateen era stato posto sotto osservazione dalla FBI per simpatie verso gli estremisti islamici, suonando multipli campanelli di allarme che avrebbero forse risparmiato 50 vite innocenti. Dopo la strage di Newton si pensava che finalmente qualcosa sarebbe cambiato. Ma neanche quella tragedia ed i rinnovati sforzi del Vice Presidente Joe Biden – da sempre e’impegnato a regolare il possesso delle armi da fuoco – sono riusciti a convincere il Congresso della necessità di approvare una legislazione in materia.

Dopo la strage di San Bernardino, il Presidente Barack Obama aveva annunciato una serie di Executive Orders per ridurre la violenza da armi da fuoco. Gli Executive Orders (EO) sono direttive del Presidente giuridicamente vincolanti. Lincoln emanò l’Emancipation Act, l’abolizione della schiavitù, tramite EO; Harry Truman se ne servì per integrare l’esercito; Eisenhower per disgregare le scuole; Kennedy e Johnson per proibire discriminazioni razziali nell’impiego federale. Evidentemente non sono stati abbastanza. Riuscirà adesso Obama a convincere il Congresso a fare qualcosa?

Difficile, in un anno elettorale incandescente come questo. Nel ciclo elettorale passato, quello del 2014, la National Rifle Association (NRA) ha speso oltre 36 milioni di dollari in campagne pubblicitarie, lobbying e contributi ai candidati. Il ciclo 2014 era un ciclo assai minore comparato a quello attuale. Per ora, nel 2016, ha messo sul piatto oltre 14 milioni di dollari, 99% dei quali ai Repubblicani, che sono i maggiori oppositori di qualunque legislazione su acquisizione e possesso di armi da fuoco, attaccandosi al Secondo Emendamento alla Costituzione, approvato nel 1791, che sancisce il diritto di possedere e portare armi. (La dottrina legale in materia è di fatto controversa e secondo la cosiddetta teoria dei diritti collettivi, il livello federale ha invece il diritto di regolamentare in materia).

Non a caso Donald Trump si definisce un grande amico dellaNRA. Il messaggio tweet con cui ha reagito alla strage non lascia presagire alcun cambiamento di opinione: “Orribile incidente in Florida… quando diventeremo più forti, intelligenti e vigilanti?”. Ma anche i democratici non sono unanimi sulla questione armi, molto dipende dalla provenienza e quindi dal collegio elettorale, che qui ha un’importanza fondamentale. In alcuni stati andare a caccia è parte fondante della cultura locale, indipendentemente dall’appartenenza politica, e nel 41% delle abitazioni americane c’è almeno un’arma da fuoco. Durante la campagna 2008, Hillary Clinton era opposta ad una legislazione federale, ma in questo ciclo elettorale ha cambiato diametralmente posizione, diventando una sostenitrice accanita e vocale – attaccando frontalmente l’NRA – e sostenendo la necessità di leggi restrittive sul possesso e uso delle armi.

Tuttavia, la percezione del problema tra gli americani sta lentamente cambiando: il 55% della popolazione è oggi favorevole ad una legislazione più severa, in particolare c’è un supporto molto ampio – sia tra democratici che repubblicani – in favore di background checks e di impedire il possesso delle armi alle persone disturbate mentalmente o potenzialmente a rischio come Mateen. Non si tratta di limitare il diritto a possedere armi, il famoso Secondo Emendamento, bensì di assicurarsi che criminali e persone mentalmente instabili non possano comprare armi, specie quelle semiautomatiche utilizzate per l’appunto ad Orlando.

Infine, dopo la rivendicazione dell’ISIS, l’attentato di Orlando riaprirà sicuramente la discussione sulla politica estera americana, verosimilmente portando sia Trump che Hillary su posizione più belligeranti ed in genere rafforzando l’ala interventista che sostiene che l’America dovrebbe intervenire pesantemente in Libia e Siria. Cedere a queste sirene sarebbe tuttavia pericolosissimo: sono esattamente gli “scarponi sul terreno”,come li chiamano qui i 15 anni di guerre inutili e interventi controproducenti durante la Primavera Araba che hanno portato a questa destabilizzazione.

Ma non ci sbagliamo: se i terroristi dormienti potranno continuare a fare massacri nei posti più improbabili degli Stati Uniti, non sarà a causa della supposta non sufficiente azione militare, bensì il diretto risultato di una politica della armi da fuoco che fa acqua da tutte le parti.

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