Arbore e Giacomelli: la Rai non può attendere

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Dai tavoli della consultazione pubblica e dai questionari arrivano suggerimenti che potrebbero essere utili

Chi può darti di più? Sono così tante le aspettative di veder cambiato quel moloch che è la Rai che non passa ora che non si levi una qualche voce di protesta o di apprezzamento, di speranza o di frustrazione. Dai tavoli della consultazione pubblica e dai questionari arrivano suggerimenti che potrebbero essere utili. Così Antonello Giacomelli, sottosegretario alle Comunicazioni, alla commissione bicamerale di Vigilanza ha messo a confronto ciò che ci aspettava fosse fatto e ciò che concretamente è stato fatto: «Noi ci aspettavamo da parte di Rai il completamento di un piano per l’informazione finalizzato a ridurre le testate, a produrre più approfondimenti e reportage e ci aspettavamo anche un ruolo meno timido di Rai nel concorrere alla diminuzione del digital divide nel Paese».

La rottura con il passato deve essere più evidente sia rispetto il profilo internazionale sia per il rilancio della creatività. Non si può vivere in funzione di una perenne contrapposizione alle tv private. «Dai tavoli della consultazione pubblica – ha continuato – è emersa una riflessione che non sconfessa, anzi rafforza la necessità di una dimensione internazionale di Rai, di una dimensione in cui Rai è compiutamente capace di trasmettere la sua vocazione culturale e di costruire prodotti innovativi».

La Rai dovrebbe avere un ruolo trainante anche per l’alfabetizzazione digitale. Mentre il sottosegretario parlava alla commissione parlamentare, Renzo Arbore ha affrontato, da un altro versante, la stessa questione. L’ha fatto in un incontro pubblico a l l’Ex-Dogana, sempre a Roma. Con il consueto “fair play” ha dato ancora tempo a chi lavora agli attesi cambiamenti: «Ci hanno promesso una nuova Rai, un grande rinnovamento. Io li sto aspettando al varco. Attenderò fino a settembre e poi inizierò a dire quello che penso di quest’azienda che ho nel cuore da cinquanta anni».

Tornerà in Rai? Ha chiesto uno dei tanti giovani presenti. La risposta non è stata retorica: «Farò ancora qualcosa in tv se qualcuno lo vorrà, ma mi devono chiamare loro e non mi pare che lo stiano facendo». Se Quelli della notte è stato una sorta di «jazz della parola» (definizione dello stesso Arbore) c’è da augurarsi che, prima di settembre, si possa tornare ad ascoltare di nuovo le sue parole in musica. Magari in forma di blues.

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