Anziché contendervi la parola “sinistra”, riempitela di significato

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Le operzioni di voto per le primarie del centrosinistra per il candidatoi a sindaco di Napoli, effettuate in una ex sede del Partito comunista italiano  6 marzo 2016.
 ANSA/Ciro Fusco

Le sinistre che hanno coltivato il seme del giustizialismo e del populismo, quelle presuntuose e paternaliste, erano sinistre di cartone

Nel 1999 Bologna elesse il suo primo sindaco di centrodestra. Fu anche l’unica volta in cui si recò ai seggi con il centrosinistra al governo. Ma la cantilena della base che fugge a causa di politiche non abbastanza di sinistra lascia il tempo che trova: fuga verso sinistra non pervenuta, mentre è evidente la presenza di un elettorato fluido, non ideologico, che nel voto ripone una speranza e, se la valuta tradita, punisce l’eletto spostandosi all’opposizione, dando vita a quell’alternanza politica che ha contraddistinto la Seconda Repubblica.

E credo che proprio l’uso esclusivamente identitario che gli schieramenti e i gruppi di interesse della sinistra moderna continuano a fare della parola “sinistra” sia una delle concause di un corpo elettorale sempre più volubile. La parola, già di modesto appeal per l’elettorato, viene completamente svuotata di significato nel momento in cui il dibattito sembra limitarsi ad una lotta per la sua paternità e uso esclusivo, sventolando pedigree, risultati elettorali e idee contraddittorie formulate a seconda di convenienze contingenti.

Campare su un’ identità generica costruita sulla narrazione del nemico da sconfiggere è una scorciatoia per guadagnare i voti degli indecisi, più difficile sarebbe lavorare sul piano culturale e magari provarlo a spiegare, al popolo de “la destra e la sinistra sono uguali”, quali sono le differenze macroscopiche tra le due correnti di pensiero.

“Sinistra è ciò che noi (e non loro) diciamo sia di sinistra” non è la risposta corretta alla domanda fondamentale, quella che dovrebbe fare appassionare il cittadino a un’idea di società, insegnargli a guardare oltre il proprio ombelico, a comprendere la ratio dietro scelte e decisioni. Le sinistre che per decenni hanno coltivato, per interesse, il seme del giustizialismo e del populismo, quelle presuntuose e paternaliste, quelle talvolta maschiliste, erano sinistre di cartone.

Invece di litigarsi uno stendardo che l’elettorato non è più in grado di decifrare, bisognerebbe ricostruire partendo dalle fondamenta comuni. Perché di sinistre ne possono esistere più di una, ma solo se la parola si riappropria di un significato. Per evitare che si anteponga la ricetta personale per risolvere le buche di Roma ad un idea di società. Evitare che, come dice Fassina,  “non posso votare Giachetti perché non ci sono coincidenze tra i nostri programmi”.

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