Anatomia di un golpe che rafforza Erdogan

Turchia
(FILE)
Turkey's President Recep Tayyip Erdogan speaks during a press conference at the end of the World Humanitarian Summit at Dolmabahce Palace in Istanbul, Turkey, 24 May 2016.
ANSA/SEDAT SUNA

Tutti i nemici di Erdogan, anche quelli interni al suo partito (Akp), ora potranno essere accusati di voler sovvertire la volontà popolare, e dunque venire repressi

Doveva essere il quinto colpo di stato militare della storia della repubblica turca: è stato il primo che è fallito. Sessanta persone sono morte nella notte, la maggior parte civili, negli scontri seguiti a questo tentativo di golpe messo in atto da una parte dell’esercito diciannove anni dopo l’ultimo, quello del 1997, noto come il colpo di stato post moderno perché agli ufficiali bastò dichiarare che avrebbero usato la forza per far dimettere il primo ministro islamista Necmettim Erbakan, padre politico di Erdogan.

Ieri, invece, dopo che il consiglio di pace dell’esercito ha dichiarato di aver preso tutto il potere, occupato i luoghi strategici di Ankara e Istanbul, proclamato la legge marziale, fatto volare i caccia bombardieri F-16 a bassa quota, aperto il fuoco sui civili, cosa che non era mai avvenuta nei quattro precedenti putsch, si è dovuto arrendere alla polizia, rimasta leale al presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan.

Al momento in cui scriviamo, non si sa ancora dove sia il generale Hulisi Hakar, il capo delle forze armate, preso in ostaggio dai militari golpisti. Secondo il primo ministro Binali Yildirim, la situazione è largamente sotto controllo: il governo ha ripreso le redini del paese ed Erdogan, che nella notte aveva lasciato la Turchia, è rientrato in mattinata a Istanbul, accolto dalla folla festante. Il presidente della Repubblica, dopo l’annuncio del colpo di stato, è apparso sulla CNN Turk in un surreale collegamento telefonico via Facetime. Ha chiamato i suoi sostenitori a resistere scendendo in piazza, promettendo che avrebbe punito duramente i responsabili del golpe e dicendo che il potere ultimo appartiene al popolo, che avrebbe dovuto riprenderselo. L’appello è stato ascoltato. Migliaia di persone sono scese in strada nelle più grandi città. E dopo scontri a fuoco tra esercito e polizia, l’abbattimento di un aereo e di un elicottero usati dai golpisti, 754 soldati sono stati arrestati.

Il presidente statunitense Barack Obama, la NATO, il capo del consiglio europeo Donald Tusk, tutti hanno chiesto il rispetto delle istituzioni democraticamente elette. E i maggiori partiti della politica turca – il partito repubblicano (Chp), quello nazionalista (Mhp) e il filo-curdo (Hdp) – hanno rifiutato di appoggiare al colpo di mano. Così, isolati dentro e fuori dalla Turchia, i militari si sono arresi, dimostrando che il lungo governo di Erdogan gli ha tolto definitivamente il ruolo che da Ataturk in poi si erano auto-assegnati, quello di custodi dell’ordine laico della repubblica fondata da Mustafa Kemal. E, inoltre, mostrando che la loro aurea di infallibilità è evaporata.

L’obiettivo del golpe, Erdogan, esce paradossalmente più rafforzato da questo colpo fallito. Tutti i suoi nemici, anche quelli interni al suo partito (Akp), ora potranno essere accusati di voler sovvertire la volontà popolare, e dunque venire repressi. Erdogan, appena rientrato in Turchia, ha detto che quelli che hanno preso i «tank dovranno tornare da dove sono venuti». E, ieri, nel suo appello alla resistenza ha parlato di una «struttura paralella». Espressione già usata per riferirsi all’intellettuale islamico auto esiliatosi negli Stati Uniti Fetullah Gulen, un tempo suo alleato, da qualche anno suo nemico principe. Su di lui e i suoi seguaci cadrà la colpa di quello che è accaduto. La Turchia ha di nuovo il suo uomo forte. Ma mano stabilità.

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