Amartya Sen: “Gramsci? Oltre il marxismo”

Letteratura
Il premio Nobel per l'Economia Amartya Sen durante la conferenza 'Carestie e sicurezza alimentare in rapporto alla crescita sostenibile' organizzata da Edison, Milano, 15 Maggio 2015. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

Secondo Sen l’autore dei Quaderni avrebbe avuto una grande influenza anche su Wittgenstein

«L’ influenza di Antonio Gramsci sulla storia della filosofia va molto al di là del marxismo». Per apprezzarne pienamente l’importanza occorre dunque «un approccio ben più ampio». A dirlo è Amartya Sen, economista premio Nobel, ma anche, come ricorda Giorgio Napolitano nel suo breve intervento di saluto, filosofo della politica e pensatore fuori da ogni facile classificazione. L’occasione è la sua lectio magistralis dal titolo «Antonio Gramsci and the Philosophical Revolutions», organizzata dalla Camera dei deputati e dalla Fondazione Gramsci, che proprio in questi giorni ha rinnovato il suo comitato dei garanti, tra i quali spiccano non a caso sia il presidente emerito della Repubblica sia il premio Nobel indiano.

Nella solenne cornice della sala Regina della Camera, accanto a Napolitano, a Laura Boldrini e a Silvio Pons, presidente della fondazione Gramsci, Sen argomenta con ricchezza di aneddoti la sua tesi circa la decisiva, ancorché indiretta, influenza di Gramsci su Ludwig Wittgenstein, e più in generale, attraverso di lui, sull’intera storia del pensiero occidentale. Nella sua lectio magistralis, Sen parla anche come allievo di Piero Sraffa, professore di Economia a Cambridge e amico del leader comunista, con cui aveva collaborato sin dai tempi dell’Or – dine Nuovo. Proprio Sraffa sarebbe stato infatti il tramite dell’influenza gramsciana, a giudizio di Sen fondamentale nel sollecitare in Wittgenstein il passaggio dalla cosiddetta prima fase del suo pensiero – quella del Tractatus Logico Philosophicus , secondo cui la proposizione deve avere la stessa «forma logica» della realtà che raffigura – alla fase successiva, quella che culminerà nelle Ricerche filosofiche, dove la teoria del linguaggio come immagine della realtà viene radicalmente rimessa in discussione. Secondo un aneddoto famoso, Sraffa avrebbe messo in crisi Wittgenstein domandandogli quale sarebbe stata la «forma logica» di un tipico «gesto napoletano di scetticismo» (noi diremmo forse, più volgarmente, di menefreghismo, trattandosi dell’atto di passarsi la punta delle dita di una mano sotto il mento, muovendole verso l’esterno).

«Quando molti anni dopo glielo domandai – racconta Sen ricordando le sue conversazioni con l’economista italiano al Trinity College – Sraffa mi rispose che l’aneddoto, se non proprio inventato, era più una storiella con una morale che un episodio realmente accaduto». In ogni caso l’aneddoto mostra «la natura dello scetticismo di Sraffa». Quanto al peso che effettivamente quelle obiezioni ebbero sul suo interlocutore, lo stesso Wittgenstein disse che quelle conversazioni lo fecero sentire come «un albero cui abbiano tagliato tutti i rami». Bisogna ricordare che allora, nel 1929, Wittgenstein era già considerato un genio che con il Tractatus aveva dato un contributo fondamentale alla storia della filosofia. Il suo ritorno a Cambridge, dove aveva studiato con Bertrand Russell e che aveva lasciato nel 1913, fu una sorta di evento. Tanto che John Maynard Keynes – non proprio l’ultimo dei passanti – così ne scriveva alla moglie: «Dio è arrivato, l’ho incontrato sul treno delle 5.15».

E infatti Sen ricorda di avere domandato a Sraffa, anni dopo, se non si sentiva emozionato pensando all’impatto che le sue idee avevano avuto, presumibilmente, su uno dei maggiori filosofi del nostro tempo. «Glielo domandai più volte», racconta. Ma la risposta, con sua somma sorpresa, fu no. Sraffa non si sentiva particolarmente emozionato a pensarci, anche perché considerava le sue osservazioni «piuttosto ovvie».

E anche alla domanda su come egli stesso fosse arrivato a quelle idee, la risposta era che di preciso non se lo ricordava, anche perché, di nuovo, le considerava «piuttosto ovvie». Come spiegare un simile understatement? Evidentemente –questa almeno è l’ipotesi del premio Nobel indiano –ciò che per Wittgenstein era così nuovo, tanto da farlo sentire come «un albero cui abbiano tagliato tutti i rami», doveva essere argomento corrente di discussione nel circolo dell’Ordine Nuovo di cui Sraffa faceva parte, e in particolare nei suoi scambi con Gramsci. A conferma della tesi, Sen cita un famoso passaggio dei Quaderni del carcere.

Quello in cui il leader comunista afferma che «occorre distruggere il pregiudizio molto diffuso che la filosofia sia un alcunché di molto difficile per il fatto che essa è l’attività intellettuale propria di una determinata categoria di scienziati specialisti o di filosofi professionali e sistematici». E che a questo fine si debba «dimostrare preliminarmente che tutti gli uomini sono “filosofi”, definendo i limiti e i caratteri di questa “filosofia spontanea”», e cioè della filosofia che è contenuta anzitutto «nel linguaggio stesso, che è un insieme di nozioni e di concetti determinati e non già e solo di parole grammaticalmente vuote di contenuto». Partendo da simili riflessioni, osserva quindi Sen, non è poi così sorprendente che a Sraffa apparisse ovvio ciò che avrebbe avuto un impatto così rilevante sulla successiva filosofia di Wittgenstein, in particolare nelle Ricerche filosofiche, dove peraltro l’autore riconosce apertamente il suo debito con il collega italiano e con lo «stimolo» delle sue costanti critiche, cui dichiarava di dovere «le più feconde idee contenute in questo libro». Uno dei libri più importanti della filosofia del nove cento.

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