Alzati Europa, c’è da costruire il futuro

Brexit
Europa-Bandiera-Europea

La crisi della Brexit è l’occasione per ripensare l’Europa e scrivere un futuro diverso

L’Europa si è svegliata venerdì mattina con il sì degli inglesi alla Brexit. Un sì forte, che ha spaccato il Paese a metà e che avrà conseguenze importanti sui rapporti tra UK e UE, ma che potrebbe rappresentare quella epifania necessaria al risveglio dei leader continentali dal torpore europeista che sembrava averli colti.

Il voto inglese ha certificato la separazione tra le istituzioni europee e i cittadini mostrando una frattura da sanare con urgenza per evitare che facciano breccia i populisti e i nazionalisti. Adesso seguirà un lungo periodo di negoziazione per formalizzare l’uscita, una contrattazione che però non dovrà frenare, anzi, il rilancio del progetto europeo. L’unica via per ricucire questa frattura è, infatti, quella di cambiare le politiche europee e le istituzioni, percorrendo del resto la linea che il nostro Paese, anche per merito del Presidente Renzi, sta portando avanti con forza da ormai più di due anni. Una linea che spesso si è scontrata con i conservatorismi, le prudenze, l’idea che tutto potesse restare sospeso.

La crisi della Brexit è l’occasione per ripensare l’Europa e scrivere un futuro diverso: andare oltre la burocrazia del quotidiano e dell’emergenza, per immaginare un paradigma di sviluppo diverso, per rimettere l’Europa al servizio dei suoi cittadini, rilanciarne i valori, ricostruirne identità e obiettivi per dare risposte alle crisi che affrontiamo, da quella economica a quella ambientale, sociale, migratoria, terroristica.  Il Premier Renzi si impegnerà su questo al  ​Consiglio Europeo: trasformare la crisi Brexit in opportunità. 

Il termine “crisi”, di derivazione greca (êñé́óéò), originariamente indicava la separazione del grano dalla paglia e dalla pula, provenendo infatti dal verbo greco êñé́íù: “separare”, appunto. Separare o scegliere, ecco quello cui siamo chiamati oggi. Separarci da questa Europa ingessata dalla burocrazia e con gli ideali sbiaditi, legata dai numeri dei bilanci e dalle troppe discussioni, ferma sulla via dell’integrazione, tenuta assieme da una moneta più che da un destino politico comune.

Servono più politica e nuove politiche per ritrovare un senso all’Europa, a partire dalle nuove generazioni. A loro non basta l’euro, non basta l’Erasmus, non basta la Ryanair né la retorica della pace: sono cresciuti con tutto questo, ma oggi sono disoccupati o sottopagati, sono soli di fronte alle sfide della modernità ed ai cambiamenti, senza scorgere nell’Europa una forza al loro fianco.

L’immagine dell’Europa che animava il Manifesto di Ventotene è diventata via via sempre più quella di una moneta, di uno spazio di libero scambio e circolazione, senza riempire questo luogo di valori, obiettivi e strumenti che ne facessero il terreno di un umanesimo nuovo.
Il modello sociale europeo, i valori della solidarietà e della pace, il ruolo fondamentale della persona nella nostra cultura hanno, un po’ alla volta, lasciato lo spazio ad altro.  Occorre oggi scegliere una via diversa: mettere al centro del progetto europeo nuovi obiettivi.

Serve un sistema di sicurezza comune che permetta forti risparmi sulle spese militari ed un ruolo unitario dell’Europa come potenza globale, dobbiamo puntare sul lavoro come obiettivo fondamentale e primario da realizzare attraverso la qualità delle produzioni e l’innovazione, per le quali servono investimenti ingenti e rapidi, ma anche un ruolo forte nella regolazione del commercio globale che sappia rilanciare i nostri mercati e le nostre produzioni.

Ma non solo: serve costruire una gestione dei flussi migratori attraverso politiche che tengano assieme la solidarietà nella gestione delle emergenze con politiche per lo sviluppo dei Paesi che si affacciano sul mediterraneo, come indica il Migration Compact presentato dall’Italia; dobbiamo costruire una nuova frontiera di sviluppo sostenibile che proietti il nostro continente all’avanguardia rispetto agli accordi stipulati alla COP 21 di Parigi, e una gestione più unitaria delle politiche fiscali e bancarie.

Insomma, l’Europa deve tornare ad essere percepita come uno strumento di forza per i suoi cittadini, non come un ente astratto che ha come guida i bilanci e le burocrazie.

La lezione inglese ci deve portare a scegliere finalmente da che parte stare, siamo davanti a un bivio: tornare lentamente agli Stati nazionali, lasciando i cittadini senza strumenti per governare i grandi processi globali, oppure rilanciare l’Europa come l’unico strumento per farlo.

Per imboccare la strada giusta servirà superare le piccole considerazioni di politica interna che troppo a lungo hanno frenato le decisioni dei singoli Paesi, per tornare ad avere visione e prospettiva. Servono leadership attente alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni, e capaci di mettere da parte le polemiche interne per concentrarsi su questo grande obiettivo che può significare ridare speranza e futuro alle giovani generazioni.

“Le politiche di austerity hanno cancellato l’orizzonte. Hanno trasformato il futuro in una minaccia. Hanno spinto la paura”, così ha scritto ieri Matteo Renzi nella sua bella lettera al Sole24Ore, con un monito al risveglio europeo, aggiungendo in fondo al testo “Perché alla fine dei conti svegliarsi per l’Europa significa semplicemente tornare se stessa: una terra che ha scelto la pace perché i suoi padri avevano conosciuto la guerra. Che ha investito sulla crescita perché i suoi padri avevano conosciuto la fame. Che costruisce i ponti perché sa quanto male hanno fatto i muri. E che deve riprendersi gli ideali, non solo i parametri e i vincoli”.

Parole bellissime, che tracciano il senso dell’azione del Governo nei prossimi passaggi. Parole che speriamo si trasformino in realtà.

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