Altro che riforma pasticciata, il pasticcio è adesso

Referendum
basta un sì

Con il bicameralismo paritario c’è un abuso della decretazione, la deriva è oggi

Anche i più oltranzisti apostoli del No hanno ormai realizzato che paventare l’eventualità di una deriva autoritaria in seguito all’approvazione della riforma costituzionale è ridicolo, biecamente propagandistico e inefficace al contempo.

Da qualche giorno, infatti, hanno ripiegato su un altro spauracchio, non meno infondato ancorché all’apparenza condivisibile: a loro dire la riforma sarebbe pericolosamente «pasticciata».

Sarebbe pasticciato, anzitutto, il nuovo testo dell’articolo 70: «troppo lungo – ribadiscono quotidianamente – oltreché farraginoso, confuso».

Pazienza se qualunque tipo di bicameralismo differenziato presuppone eo ipso l’individuazione puntuale (e di conseguenza l’elencazione) delle materie sulle quali legifera l’intero Parlamento o semplicemente un solo ramo dello stesso – l’articolo 74 della Legge fondamentale tedesca, quello che individua le materie su cui vi è competenza legislativa concorrente tra il Bund (la federazione) e i Länder, è composto da ben 24 punti –, meglio tenersi l’attuale articolo 70 (si potrebbe perfino twittare, tanto è breve: che meraviglia!) e cioè il tanto bistrattato bicameralismo paritario.

Ma siamo sicuri che quest’ultimo, nonostante l’ammirevole brevità dell’articolo che lo disciplina, non generi alcun tipo di «pasticcio»? Al fine di evitare che un disegno di legge si areni in Parlamento – prospettiva pressoché certa, coll’attuale assetto: i tempi medi di approvazione delle leggi d’iniziativaparlamentare, a causa della cosiddetta navetta tra un ramo e l’altro del Parlamento, ammontano a 504 giorni (un anno e mezzo!) – sono stati elaborati, in questi settant’anni, diversi strumenti antiostruzionistici assai efficaci – la frequente adozione dei quali, tuttavia, ha compresso negli ultimi lustri il ruolo dell’opposizione, estendendo per converso quello della maggioranza che esprime l’esecutivo: se si volesse drammatizzare, la deriva autoritaria, o comunque una reiterata alterazione della tripartizione dei poteri, è in corso a costituzione vigente.

Maxiemendamenti di ogni genere e specie, canguri, super-canguri, tagliole, ghigliottine, fiducia e decretazione d’urgenza: «pasticci» – si perdoni la ripetitività – ormai istituzionalizzati nei regolamenti e nelle prassi parlamentari; pasticci che tuttavia verrebbero ridimensionati dalla nuova formulazione degli artt. 70, 72 e 77.

In virtù del primo dei tre – proprio quello messo all’indice dagli alfieri del No in quanto «lungo» e apparentemente farraginoso – il 90% delle leggi richiederebbe l’approvazione della sola Camera: niente più navetta, meno arroganza antiostruzionistica.

Il novellato articolo 72, poi, introdurrebbe una corsia preferenziale per i disegni di legge governativi, così ridimensionando più che significativamente – in combinato disposto col novellato articolo 77 – il ricorso alla decretazione d’urgenza: da molti lustri a questa parte, gli esecutivi, al fine di eludere le lungaggini di cui si diceva, hanno abusato del «decreto-legge», uno strumento originariamente pensato per «i casi straordinari di necessità e urgenza»; un decreto-legge entra in vigore immediatamente, per poi decadere se non convertito dal Parlamento entro 60 giorni.

La sua adozione determina dunque la successione di tre regimi normativi: quello antecedente l’emanazione, quello simultaneo alla sua entrata in vigore (della durata di 60 giorni, come si diceva) e quello successivo, qualora venisse convertito con emendamenti: è facile comprendere come l’abuso di questo strumento dia luogo a numerosissimi «pasticci», oltreché a un pericoloso vulnus in termini di certezza del diritto.

Approvata la riforma, i provvedimenti d’urgenza dovranno avere un contenuto «specifico, omogeneo e corrispondente al titolo» – spesse volte, infatti, in un singolo decreto-legge s’inserisce la qualunque, provocando, manco a dirlo, innumerevoli ed eterogenei «pasticci» –, pena la loro manifesta incostituzionalità.

E quant’è pasticciata la vigente disciplina del Titolo V, che la riforma razionalizzerebbe mediante novelle redatte sul tracciato della giurisprudenza della Corte Costituzionale? Quanti pasticci vengono avallati nelle conferenze intergovernative, dove i dibattiti hanno luogo senza quei doveri di resocontazione e pubblicità dei quali i cittadini potrebbero beneficiare se il raccordo tra centro e periferie venisse parlamentarizzato in una Camera delle autonomie, così come previsto dalla riforma?

Questi e molti altri ancora sono i pasticci che ingolfano il sistema per come è strutturato adesso, sebbene a detta dei capifila del fronte del No a esser pasticciata è la riforma sulla quale ci esprimeremo il 4 Dicembre (in realtà, lo sappiamo bene, si tratta dell’ennesima efficace trovata di marketing politico).

La prospettiva che loro – Monti, Grillo, D’Alema, Salvini e Berlusconi fra gli altri: un’eterogenea compagine di primedonne unita dall’ostilità a Renzi ma pronta alla consueta guerra totale fra poco più di dieci giorni – la prospettiva, si diceva, che raggiungano un’intesa per proporne una migliore, intelligibile e tutt’altro che “pasticciata” più che improbabile è impossibile.

L’alternativa, come spesse volte ribadito dal premier e dalla ministra Boschi, non è tra la riforma licenziata dal Parlamento lo scorso Aprile e un disegno di legge che le opposizioni presenterebbero all’indomani della sua eventuale bocciatura, ma tra la prima e la conservazione di un sistema obbiettivamente ingessato e obsoleto: il vero pasticcio sarebbe scegliere la seconda opzione.

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