Alla larga dal populismo digitale

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In questo mondo ancora inesplorato che è il web si muove abile tra i tanti, un soggetto, quello che potremmo definire populismo digitale

Dieci anni fa il Time incoronò persona dell’anno “You”, ovvero ciascuno di noi. In copertina campeggiava anche la frase dai toni entusiastici: «Yes, you. You control the Information Age: Welcome to your world». È così? Siamo davvero tutti noi a controllare l’informazione grazie alla rete? Che l’avvento di Internet abbia sottratto il monopolio della divulgazione delle notizie ai legacy media è un dato incontrovertibile.

Tuttavia il fenomeno è controverso. Il web è un mezzo per comunicare e per esprimere opinioni. È uno strumento idoneo a ridare linfa alla mobilitazione e alla partecipazione, talvolta permette di interagire direttamente con personalità politiche o istituzionali. Ancora, è un modo per cercare notizie o per divulgarle, e diventa un luogo dove ciascuno contribuisce ad assemblare, tassello dopo tassello, quel mosaico complesso e perennemente in divenire che è il flusso informativo.

Eppure l’assenza di “barriere all’entrata”della rete non equivale ad una effettiva libertà di movimento ed è facile capirne i motivi. Lazarsfeld e Merton già negli anni 50 nel descrivere le interazioni tra persone, parlavano di omofilia per indicare la tendenza degli individui ad associarsi con chi è simile e ha quindi una visione del mondo sostanzialmente analoga. Tale fenomeno si riscontra anche negli scambi virtuali, dove si interagisce con chi ha opinioni affini alle proprie. L’omofilia è un comportamento umano inconsapevole ma altri meccanismi di funzionamento della rete sono al contrario voluti.

Il web si sta sviluppando per diventare un luogo sempre più modellato in base alle nostre esigenze. Ciò si manifesta nel momento in cui vediamo reclamizzati prodotti che rientrano nella categoria di quelli che ricerchiamo più di frequente, oppure capita quando osserviamo suggerimenti di pagine, gruppi o persone in linea con i nostri interessi disseminati nella rete. Se desideriamo informarci su un determinato tema, i motori di ricerca, settati su algoritmi, orientano le informazioni fornendoci spesso una lettura univoca e confermando magari convinzioni errate maturate in precedenza.

A prima vista, questa sorta di abito cucito su misura per noi sembra confortevole, crea un ambiente familiare anche nella rete ma a ben vedere, limita le nostre capacità di apprendimento, di confronto con chi vive o la pensa diversamente da noi e deforma la percezione della realtà. Ci fa dimenticare che i nostri follower o amici sono la parte di un tutto ben più ampio e diversificato e di cui rischiamo di ignorare la presenza, presi come siamo ad ascoltare la minoranza rumorosa della nostra echo chamber.

Succede poi che in rete non si riesca a distinguere più in maniera netta chi siano gli esperti su un tema e chi no. Come risultato, non di rado vengono condivisi link di cui non è stata precedentemente verificata né l’attendibilità né la veridicità. Mark Twain scriveva che «una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe», la rete intensifica questa distorsione dal momento che il fact- checking è meno veloce del clickbaiting e che le rettifiche sono episodi a dir poco rari, e spesso inutili.

Quando una notizia falsa ha iniziato a circolare, grazie all’ingranaggio alimentato dai like, messo in moto dalle condivisioni e amplificato dalle visualizzazioni, diventa praticamente impossibile arrestarne l’effetto cascata. Buona pratica vorrebbe come requisito indispensabile per documentarsi, verificare sempre la fonte o almeno ricercare notizie e informazioni da utenti qualificati.

Tuttavia, l’immediatezza gioca contro la verifica. In questo mondo ancora inesplorato che è il web si muove abile tra i tanti, un soggetto, quello che potremmo definire populismo digitale. Il populismo è il camaleonte della politica, redivivo, capace di spaziare da destra a sinistra. Al netto delle inevitabili differenze territoriali, i vari movimenti populisti attuali parlano di una fantomatica quanto non ben precisata età dell’oro in cui tutto funzionava a meraviglia, alimentano il timore sui rischi della società multiculturale, tornano a parlare di confini, divisioni.

Vedono il futuro come una minaccia, invocando scenari più o meno catastrofici, supportati da dati estrapolati e – talvolta – manipolati ad hoc. Questo filone fa leva sulla paura, non crea empatia con il pubblico ma orienta gli umori e gli stati d’animo e passa quindi in secondo piano l’assoluta mancanza di proposte, di soluzioni. In fondo, chi teme il futuro, come potrebbe mai proporne una visione credibile? Versatile com’è, il populismo non poteva non diventare mediatizzato e alimentare le influenze reciproche con media e new media. Un filone che fa leva sulle emozioni delle persone e che vuole suscitare una reazione più che una riflessione, trova nei social terreno fertile.

Esso non può non diventare appetibile per i media meno obiettivi, quelli che adoperano una strategia comunicativa orientata all’infotainment. Questi ultimi cercano il contenuto che desti scalpore, lo scoop verosimile prima ancora che verificato, il link che susciti curiosità, meglio ancora se ha ad oggetto leader controversi che con il loro agire pubblico non destino mai indifferenza.

Anche i media più obiettivi, sono comunque oggi orientati anche alla ricerca del profitto, ergo delle visualizzazioni, e quindi -inevitabilmente – non possono non occuparsi di quanto di nuovo sta accadendo. Rischiamo dunque di rimanere intrappolati nella rete o di spaziare grazie ad essa? Essere consapevoli dei limiti del web è fondamentale ma il passaggio successivo, imprescindibile, è costruire una bussola per orientare razionalmente la navigazione e non correre il rischio di essere travolti da ondate tanto persuasive quanto inconsistenti. E questo è un compito squisitamente politico, non tanto normativo e ordinativo, ma soprattutto culturale e organizzativo, una sfida affascinante che ha come obiettivo finale il corretto funzionamento della democrazia.

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