Aleppo, la strage ignorata

Medio Oriente
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L’ Occidente muore ad Aleppo. Muoiono gli ideali, i valori nei quali il mondo libero si era riconosciuto

L’ Occidente muore ad Aleppo. Muoiono gli ideali, i valori nei quali il mondo libero si era riconosciuto. Muore nelle parole dei 100mila bambini di Aleppo Est a cui non è stata negata solo l’infanzia ma ora anche la vita. Muore nel patto Trump-Putin, nella narrazione, falsa, che ad Aleppo si stia combattendo la guerra al terrorismo del Daesh, perché la verità è che ad Aleppo un regime sanguinario, con il supporto decisivo della Russia e l’inerzia complice di Stati Uniti ed Europa, sta regolando i conti con la popolazione civile sunnita colpevole di essere tale.

Un giudice, a Berlino, ritiene che sia possibile aprire un procedimento per genocidio contro Bashar al-Assad. Genocidio. Qualcosa di più efferato, sistemico, di crimini di guerra e contro l’umanità. Per questi crimini l’ex capo di Stato della Serbia, Slobodan Milosevic, fu portato davanti alla Corte internazionale per i crimini dell’ex Jugoslavia de L’Aja. Assad meriterebbe la stessa sorte, mentre oggi, con il sostegno dello “zar del Cremlino” e il via libera del neo eletto presidente Usa, Donald Trump, viene addirittura considerato parte della soluzione del problema-Isis e non, come dovrebbe essere, parte decisiva del “problema- Siria”, un Paese ridotto a un cumulo di macerie, e il suo popolo a un popolo di disperati.

Le cifre non hanno volto, non hanno storia. Non suscitano emozione, non scatenano indignazione. Eppure, le cifre della mattanza siriana fanno rabbrividire: dal marzo 2011, quando un dittatore spietato decise di dichiarare guerra ad un popolo che reclamava libertà e diritti, i morti sono oltre 400mila, tra cui 12mila bambini, 4,6 milioni i siriani divenuti profughi fuori dai confini nazionali, 6,1 milioni quelli che hanno dovuto abbandonare le proprie case, distrutte dai bombardamenti, i propri villaggi o città, trasformate in campi di battaglia, per trovare un rifugio precario in parti del Paese meno devastate dal conflitto.

Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, niente è paragonabile al martirio della Siria. Si è detto e scritto che Aleppo è la «Sarajevo del 2000». No. È molto di più. È ancora peggio. E non è solo questione del numero delle vittime. È che a Sarajevo, come ebbe a scrivere per l’Unità Adriano Sofri nei suoi straordinari reportage, anche una Europa che aveva provato per troppo tempo a chiudere gli occhi, alla fine aveva dovuto prendere atto, e agire di conseguenza, che a Sarajevo, come a Srebrenica, c’era un Carnefice e una Vittima, e che il primo doveva essere punito e la seconda, la popolazione civile musulmana, doveva essere protetta dalla ferocia della pulizia etnica delle milizie serbe, dall’orrore delle fosse comuni.

Tutto ciò ad Aleppo non sta avvenendo. Qui il Carnefice ha ricevuto licenza di massacro, impunità internazionale. La «red line» evocata a suo tempo da Barack Obama è stata ampiamente, tragicamente superata. Mentre scriviamo, altri civili ad Aleppo Est sono sotto bombardamento. Nelle ultime 72 ore oltre ventimila persone hanno cercato di fuggire dai quartieri bersagliati dalle bombe per trovare un rifugio nelle aree curde o in quelle controllate dalle forze di Bashar.

I morti si contano a decine, oltre 50 nella sola giornata di ieri. Sui social c’è un video che mostra il volto di una giovane donna con in braccio un fagottino vivente, il suo bambino. Non è facile reggere lo sguardo disperato di quella madre senza provare un senso di vergogna, senza interrogare, noi europei, italiani che litigano per un sì o un no al referendum, la nostra coscienza, se ancora l’abbiamo. Ad Aleppo non c’è più un ospedale che funziona, manca il plasma, le garze per curare i feriti. I pochi, eroici medici che ancora operano in quell’inferno mandano, in rete, appelli strazianti, testimonianze che annichiliscono. Aleppo rischia di diventare «un gigantesco cimitero».

È il monito lanciato ieri dal sottosegretario Onu per gli Affari umanitari, Stephen O’Brien, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu. «Per il bene dell’umanità chiediamo, imploriamo tutte le parti e quanti hanno il potere di intervenire per proteggere i civili e garantire l’accesso alla zona assediata di Aleppo Est», ha detto O’Brien. Un appello che arriva al termine dell’ennesima giornata di sangue nella città siriana. Ieri mattina l’artiglieria del regime ha commesso un’altra strage colpendo famiglie in fuga dai quartieri orientali e uccidendo 45 persone, mentre si rincorrono le notizie sugli arresti cui incorrono soprattutto gli uomini giovani una volta arrivati nelle aree sotto il controllo governativo. Secondo l’Osservatorio siriano sui diritti umani negli ultimi quattro giorni sono fuggite da Aleppo est più di 50mila persone.

Nel computo non rientrano i fuggiaschi che si sono semplicemente spostati verso sud, da un’are a ancora in mano agli insorti a un’altra, senza attraversare la linea del fronte. Del resto, stando a fonti dell’opposizione al regime di Bashar al-Assad citate dal New York Timessono ben pochi a credere nell’effettiva esistenza di «corridoi» sicuri, come sostenuto dai lealisti, e preferiscono evitare quelle che considerano in realtà semplici trappole.

«La situazione di chi scappa è disperata», ha sintetizzato Pawel Krzysiek, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa. «È una lenta discesa agli inferi», spiega dal canto suo Bettina Leuscher, portavoce del Programma alimentare mondiale (Pam). Una lenta discesa agli inferi. Una immagine terrificante ma che fotografa la realtà. Perché Aleppo è l’inferno in terra. Un inferno che sta inghiottendo migliaia di persone, nella stragrande maggioranza civili inermi. Non è uno tsunami quello che si è abbattuto su Aleppo. Non è un cataclisma naturale, un terremoto quello che ha distrutto interi quartieri, raso al suolo centinaia di palazzi. È una tragedia determinata dall’Uomo.

E l’Uomo, inteso come umanità, ne porta tutta la responsabilità. Gli aerei che da settimane lanciano sui quartieri orientali della seconda città della Siria tonnellate di bombe appartengono a Paesi che siedono nel più importante consesso internazionale, uno dei quali, la Russia è anche membro permanente del Consiglio di Sicurezza. Nessuno ha fermato quegli aerei. Nessuno ha fatto pesare le ragioni di una interferenza umanitaria. Nessuno ha imposto corridoi garantiti dall’Onu per porre in salvo una popolazione stremata. Nessuno ha alzato un dito per fermare il Carnefice.

I siriani tornano ad esistere in quanto profughi che potrebbero «invadere» l’Europa. Esistono non come esseri umani da salvare ma come un pericolo, una minaccia contro cui innalzare muri, blindare le frontiere, ovvero pagare a suon di miliardi di euro il «Sultano di Ankara», il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, perché faccia il Gendarme delle nostre frontiere esterne, e non fa nulla se oltre che miliardi, dall’Europa riceva il sostanziale nulla osta per riempire le patrie galere di avvocati, giornalisti, parlamentari dell’opposizione, sindacalisti, accademici, funzionari pubblici, colpevoli di non essersi assoggettati all’edificazione di un feroce regime islamonazionalista insediato oggi in Turchia. Vergogna che si aggiunge a vergogna. L’Occidente è morto ad Aleppo.

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