Aldo Moro e papa Francesco, quante analogie

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La miscela di azione politica e di governo di Aldo Moro, la sua instancabile opera di intelligenza, la sua stessa produzione di scritti, rappresentano un giacimento sconfinato di pensiero. 

Apro queste brevi considerazioni con un sincero apprezzamento per la decisione dei deputati e dei senatori e del Governo, che hanno voluto fare del centenario della nascita di Aldo Moro (23 settembre 1916) un anniversario di interesse nazionale. Non è stato certamente un gesto rituale. Si è trattato del riconoscimento della particolare statura intellettuale e politica di un leader che da presidente del Consiglio come da deputato, da segretario di partito come da professore universitario, da ministro come da editorialista, è sempre stato mosso dal desiderio di allargare gli spazi della democrazia aiutato da quella che Leopoldo Elia definì «la comprensione dei passaggi profondi della storia».

La miscela di azione politica e di governo di Aldo Moro, la sua instancabile opera di intelligenza della società, la sua stessa produzione di scritti, rappresentano un giacimento sconfinato di pensiero. Moro – che rifiutava caparbiamente, come ci ricorda il suo collaboratore e amico Corrado Guerzoni, di essere considerato un “p ensatore” – sapeva leggere “d e n t ro” i fenomeni della società molto più di tanti specialisti e certamente più di tanti suoi colleghi politici, dentro e fuori della Dc. Emblematica da questo punto di vista è la nota riflessione al Consiglio nazionale del partito del novembre ’68 (io non la capii molto – mi aiutò lui). Dai fatti, dalle nebbie della cronaca incalzante, Moro riesce ad estrarre il senso profondo e vero di quel che sta accadendo e, diversamente da quanto sarebbe stato perfino lecito aspettarsi da un “uomo di potere”, non sbarra le porte alla comprensione, non alza barricate a difesa del Palazzo ma invita il suo partito ad aprire la mente e a guardare con onestà e coraggio al mutamento epocale in corso.

Dirà più esplicitamente qualche mese dopo, al congresso Dc di Roma del ’6 9: «Se noi vogliamo essere ancora presenti, ebbene dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime». Moro non è un sociologo o uno storico. La sua non è curiosità e attitudine da studioso. Moro è uomo di finissima intelligenza e sensibilità ma, soprattutto, è un politico convinto del primato della politica quale unica strada per dare a ciò che si agita nella società una dimensione complessiva, universale, tale da farne occasione di sviluppo della democrazia, di ampliamento degli spazi di libertà, di progressivo avvicinamento ad un ideale superiore di società. Ma la politica per lui non è al di sopra di tutto e di tutti.

Non esiste nessuna “volontà popolare”, nessuna “maggioranza degli elettori” che può farne un potere arbitrario, un territorio inospitale per le regole, per il diritto, per la giustizia. Tantomeno non può trovare alcuna giustificazione l’esercizio del potere a proprio vantaggio. Come ha ricordato di recente il capo dello Stato, “quella politica”è la corruzione più insopportab i l e. La politica, come l’intende Moro – e come una sana democrazia dovrebbe condividere senza incertezze – sta in questo pensiero moroteo che Leopoldo Elia volle riproporre in una bellissima relazione ai parlamentari del partito democratico in occasione dei 30 anni del discorso di Moro ai gruppi Dc il 28 febbraio 1978.

«La politica è un atto di forza – dice Moro – più propriamente di consapevolezza, di fiducia nel proprio compito, ma ci deve pur essere più in fondo una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere ed il potere si esercita. È solo nell’accettazione incondizionata di una ragione morale che si sviluppa con coerenza il patrimonio delle nostre idealità ed il complesso degli impegni per il nostro tempo». U n’ultima considerazione. Non ho fatto riferimento al Moro “c a t to l i c o.” Na t u – ralmente non si tratta né di dimenticanza né di sottovalutazione. Perché, al contrario, non ho fatto altro che parlare della sua ispirazione religiosa.

Tutta la sua vicenda umana e politica ne è intrisa. Che altro è l’attenzione alle “cose nuove”, la costante ostinata professione di fede nel dialogo, nella virtù dell’ascolto, nella ricerca che non deve mai deflettere di trovare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide e, infine, l’idea che non bisogna mai sentirsi “appagati” e cercare costantemente nuove soluzioni, nuovi traguardi, nuovi approdi che assicurino libertà, giustizia, cioè tutela della dignità per ogni uomo. Aiuta a comprendere un passaggio del discorso al congresso Dc del ’73: «Complessivamente, nelle sue varie modulazioni, l’esperienza cristiana è sentita come principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente nel suo significato spirituale e nella sua struttura sociale.

E come forza di liberazione, “accanto ad altre”, diverse per le loro motivazioni ed i loro modi di essere, noi dobbiamo considerare la nostra». Come ho detto all’inizio, quello di Aldo Moro è un giacimento di pensiero sterminato. Su di me, forse anche in ragione della mia non breve attività sindacale, ha sempre esercitato una grande influenza quest’idea dell’esperienza cristiana quale motore di mutamento spirituale sì, ma anche sociale, anzi, come dice Moro, «della struttura sociale». Mi piace notare come oggi, dopo anni di appannamento di questa “verità ”, essa venga riproposta all’attenzione generale dalla più alta cattedra della cristianità. Ora, per quanto non più giovane, non mi avventurerò nel dire che papa Francesco sia un moroteo, ma che Moro possa essere stato un “francescano” ante litteram non mi pare una bestemmia.

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