Aldo Moro e la ragion di Stato

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Il centesimo anniversario della nascita di Moro ci offre l’occasione di una riflessione sul cammino della nostra democrazia

Il centesimo anniversario della nascita di Moro ci offre l’occasione di una riflessione sul cammino della nostra democrazia. Di Moro si potrebbero dire molte altre cose. Rimando, come ha fatto Francesco Cundari alla bellissima biografia di Guido Formigoni, uscita proprio in questi giorni (“Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma”, Bologna, 2016, Il Mulino), non potendo contare in questa sede su uno spazio adeguato.

Mi limito a riprendere alcuni giudizi espressi su di lui, su cui mi capita spesso di soffermarmi e discutere. Baget Bozzo lo definì “uomo dotato di troppa autorità e troppo poco potere”. Il rapporto tra potere e autorevolezza/autorità continua, come avviene da secoli, a interpellarci, seppur in altro modo, evidentemente ancora oggi. Italo Mancini, invece, lo descriverà come “il più pio e più laico tra i politici cristiani”.

Il senso dell’autonomia rispetto alla gerarchia ecclesiale al tempo della costituzione del primo centro sinistra all’inizio degli anni sessanta, è paragonabile a quella dimostrata da De Gasperi ai tempi dell’”operazione Sturzo” al comune di Roma. Ma Moro non si limita ad agire l’autonomia, la teorizza sul piano teologico ed ecclesiologico, con argomenti che sorprendentemente anticipano il testo della costituzione conciliare “Lumen gentium”di due anni dopo.

Franco Rodano e Gabriele De Rosa diranno, invece, in tempi diversi, della sua “dignità sapienziale”, dove la sapienzialità si riferiva a componenti di arte politica, di scienza, di esperienza, di vita religiosa. Ma mi preme, prima di finire, riprendere alcune polemiche che riguardano la sua morte, riprese da qualche uomo politico, testimone di quel tempo, anche in questi giorni. Chi lo ha ucciso?

Le Brigate Rosse, non c’è dubbio. Ma i mandanti, gli ideatori dell’attentato, i collaboranti, potevano essere anche altri, come i servizi di intelligence di paesi stranieri preoccupati della svolta politica che avrebbe portato prevedibilmente i comunisti al governo di un paese occidentale, vigente ancora Yalta? È possibile.

Ancora tutto non è stato disvelato in proposito (anche per responsabilità dei brigatisti che non hanno detta tutta la verità): auguriamoci che la Commissione d’inchiesta parlamentare possa pervenire a qualche risultato non ancora raggiunto, e che possano emergere elementi tali da consentire l’apertura di un nuovo processo.

Ma la domanda che non ha mai smesso di tormentare gli amici a lui più vicini è un’altra: Moro poteva essere salvato? Sergio Zavoli in più occasioni ha rivelato che, in uno dei 55 giorni della prigionia, trovandosi nello studio di Zaccagnini proprio nel momento in cui gli pervenne una durissima lettera da Moro, il segretario della Dc gli chiese di accompagnarlo subito da Craxi, senza preavviso.

La missione avvenne e, di fronte alla perentoria richiesta di Zaccagnini, “avete elementi per ritenere che si possa aprire una trattativa riservata e ottenere qualche risultato dalle Brigate Rosse?”, Craxi rispose “elementi concreti no”. Ma l’interrogativo resta, perché la richiesta dei terroristi – come sappiamo – era quella di aprire una trattativa formale e non riservata da parte dello Stato.

Al di là di tutte le osservazioni opposte in quei giorni, da parte di chi riteneva che lo Stato non potesse riconoscere ai terroristi il rango di interlocutori e chi riteneva che dopo tante vittime innocenti a partire dalle forze di sicurezza lo Stato non potesse venire a patti con gli assassini per salvare un uomo politico, resta la domanda: la vita di un uomo non vale più di ogni altra cosa, ragion di stato compresa?

A me pare che si possa rispondere che, in quel momento, in quelle circostanze, in quelle particolari condizioni della nostra democrazia, esposta a conseguenze e a rischi assai gravi, chi aveva la responsabilità di decidere ritenne di dover far prevalere il valore del diritto collettivo su quello soggettivo.

L’interrogativo struggente di quei giorni in cui insieme alla vita di Moro sembrava si dovesse decidere quella della repubblica, e in una certa misura così fu, resta ancora inalterato. Qual è il prezzo della vita, anche di una sola vita, e quale quello dello Stato, di uno Stato democratico ben s’intende? Qual è il confine fra il diritto soggettivo di una persona, un diritto “primario”, e quello di una comunità, in un certo senso un diritto successivo?

Sono domande che non possono trovare risposte in astratto, ma solo all’interno della virtù e della fatica di un preciso tempo storico. Dico la virtù di un tempo e di una situazione, perché se lo Stato fosse un regime dittatoriale o corrotto o privo di principi morali, non avrebbe alcun titolo per far prevalere il “suo” diritto.

Affrontare e rispondere a questi interrogativi che riguardano la modalità e la possibilità di conciliare il senso dello Stato con quello della vita, per Riccardo Misasi (destinatario di una lettera di Moro dalla prigionia) avrebbe dovuto essere compito di una seconda repubblica. La seconda repubblica è arrivata, purtroppo senza dare la risposta, anzi è sembrato aver smarrito la stessa domanda.

Eppure ancora oggi, di fronte alle sfide degli enormi processi migratori, abbiamo la sensazione di ritrovarci di fronte allo stesso angosciante dilemma, e possiamo compiacerci del fatto che – cambiato il contesto storico e non rischiando in questo caso la sopravvivenza dello Stato – il governo italiano abbia deciso di far prevalere, ahimè in virtuosa solitudine in Europa, il valore della vita.

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