Alcune date hanno la forza di restituire il senso profondo della storia

Liberazione
Venezia_aprile_1945

E ai più giovani va spiegato che non ha fondamento l’idea di un fascismo dal doppio volto. Duro ma efficiente, e persino riformatore, nella sua prima stagione e dannato solo dopo le leggi razziali del ’38 e la folle avventura al fianco di Hitler

Alcune date hanno la forza di restituire il senso profondo della storia. 25 aprile 1945. 25 luglio e 8 settembre del ‘43.

Date che conosciamo per la prima volta in famiglia o sui banchi di scuola. Poi, col passare del tempo, diventano sentieri di una vicenda comune che impariamo a ricostruire. Con la memoria e la testimonianza di alcuni.

Il fascismo è caduto il 25 luglio mettendo fine all’incubo di un ventennio. E forse questo andrebbe ricordato più spesso, in particolare ai più giovani.

Gli va spiegato che non ha fondamento l’idea di un fascismo dal doppio volto. Duro ma efficiente, e persino riformatore, nella sua prima stagione e dannato soltanto dopo le leggi razziali del ’38 e la folle avventura al fianco di Hitler.

Non è così.

Il fascismo fu una dittatura odiosa e spietata, come lo sono sempre le dittature.

Fu la negazione di libertà e diritti. Fu la soppressione di ogni dissenso. E fu anche, e soprattutto, devastazione materiale e lutto.

Tra il dieci giugno del ’40 e l’aprile del ’45 morirono più di quattrocentoquaranta mila italiani. Di questi, un terzo erano civili. Centotrentamila furono i dispersi.

Alla fine della guerra un italiano su quattro era senza lavoro e milioni quelli in miseria.

Questo fu il fascismo, anche se a volte qualcuno pare scordarlo.

Poi, sempre nel ’43, venne l’8 settembre. Con un’Italia a pezzi. Con la fuga di una intera classe dirigente: dalla corona ai ministri passando per le burocrazie e i capi militari.

E però ha detto bene anni fa il presidente Ciampi: quella non fu “la morte della Patria”.

L’8 settembre fu la dissoluzione dello Stato – questo sì – ma per milioni di italiani – di giovani, donne, lavoratori, per una parte delle forze armate – quello fu anche il momento fondamentale della “scelta”.

La decisione, calata all’improvviso sulle spalle dei singoli – spesso giovanissimi, e tante erano donne – fu se affidarsi alla vecchia autorità oppure puntare su un ordine mutato.

E per molte e molti, in quel passaggio drammatico, la decisione divenne inevitabilmente “una scelta di vita”.

Si tradusse in quella “resistenza civile” dalla quale sarebbero nati uno Stato nuovo, la Repubblica, la Costituzione.

Ci sono parole – termini – che nel linguaggio dell’oggi è sempre più difficile utilizzare.

Un po’ per pudore – perché sono parole impegnative – ma anche per la difficoltà a farle vivere in un tempo come il nostro dove le parole spesso finiscono consumate dall’uso e dall’abuso.

Uno di questi termini – almeno così pare a me – è la parola “onore”. Eppure è una parola importante nella storia di un Paese come il nostro che, per mille ragioni, ha conosciuto tardi la sua unificazione.

Leopardi, descrivendoci, parlava della mancanza di una società italiana fondata appunto sull’onore. Quella società – scriveva – in cui “ciascuno fa conto degli uomini e desidera farsene stimare”. Cioè per lui l’onore non era altro che “la stima che gli individui fanno dell’opinione degli altri verso di loro”.

Al fondo è l’idea che la dignità, l’onore, di un individuo, di un popolo, di una nazione, siano legati profondamente alle scelte che si fanno e all’immagine che di sé si trasmette agli altri: a quanti ci osservano e ci possono giudicare. O ci giudicheranno in futuro. Non è poco. Anzi, direi che è tutto.

Ecco, mi piace pensare che il modo migliore di ricordare e raccontare il 25 aprile possa essere in questo. Nella rivendicazione ostinata della dignità che quella lotta ha rappresentato.

La Resistenza, dunque.

Si è dibattuto a lungo sul perché l’Italia, nel corso della sua storia, non abbia mai conosciuto una vera rivoluzione.

Naturalmente si può discutere se il Risorgimento sia stato effettivamente per noi quell’evento fondativo che fu la “grande Rivoluzione” del 1789 per la Francia o la Riforma per la Germania.

Lo ricordo perché vi è stato chi, come Croce, ha visto nel Risorgimento non solo il compimento dell’unità, ma il successo di una rivoluzione morale e delle coscienze che rese possibile la nascita di uno Stato liberale e di un nuovo corso della storia, solo interrotto ma non spezzato – è sempre Croce a dirlo – dalla parentesi storica del fascismo.

E c’è stato chi, invece, come Gramsci, ha descritto quello stesso Risorgimento come una rivoluzione mancata. Resa fragile dal fatto che le grandi masse contadine del Sud ne erano rimaste escluse.

L’idea insomma di una mobilitazione patriottica guidata da frammenti illuminati dell’aristocrazia, corpi del ceto medio, in particolare intellettuali. Ma senza gli operai, che del resto erano ancora pochi in un’Italia poco industrializzata, e tanto meno i contadini – la maggioranza allora, della “Nazione” – “murati” come è stato scritto “in un rancore sedimentato da secoli di estraneità e di separazione tra le classi”.

Benedetto Croce ha potuto conoscere gli anni della Resistenza antifascista. Gramsci no. Non fece in tempo. Fu arrestato l’8 novembre del ’26 e un anno dopo condannato a vent’anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione.

Al processo, il pubblico ministero pronunciò quella frase rimasta scolpita: “Per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”.

Fallirono. Perché Gramsci durante gli anni della prigionia trovò la forza di scrivere i “Quaderni” dove ricostruì la trama complessa della storia d’Italia offrendo indicazioni preziose sul nostro avvenire.

Fallirono, ma lo finirono. A causa di un organismo fragile e debilitato Gramsci morì a Roma nel 1937.

Non vide nascere e maturare la stagione della Resistenza. Quella che molti hanno definito “un secondo Risorgimento”.

Era stato Carlo Rosselli a parlare per primo della necessità di un “Risorgimento dal fascismo”. Quasi il compimento della lotta avviata decenni prima per l’unità dell’Italia.

Ma questa volta, con una partecipazione diversa e una coscienza popolare più matura sulle ragioni profonde che volevano restituire all’Italia e agli italiani, la libertà, la dignità e la democrazia.

Ecco, questo fu la lotta di Liberazione. Un sentimento radicato di riscossa, orgoglio e passione.

Uno slancio che, soprattutto in alcune realtà, riuscì a travolgere gli argini e formare “un popolo”, mescolando operai, braccianti, artigiani, pezzi della borghesia, dell’intellettualità e delle vecchie classi dirigenti.

Nasceva un’altra Italia e si gettavano le basi per quella rinascita morale e materiale che ci avrebbe consentito, in pochi anni, di ricostruire una nazione spezzata e di restituire al Paese quel ruolo sulla scena del mondo che il fascismo aveva compromesso.

Insomma, una grande rinascita civile e democratica: questo fu la Resistenza.

Era la volontà di immaginare un avvenire di pace, lavoro, benessere per un’Europa precipitata, negli anni immediatamente precedenti, in un abisso di civiltà.

E così è stato.

Con quello che oggi potremmo definire un miracolo.

E però proprio quella pagina ha dimostrato che la strada da seguire, oggi e nel futuro, è avere “più Europa, più integrazione, più coesione”.

Cioè l’opposto di nuovi muri contro gli immigrati, o di una barriera al Brennero. E lo scrivo il giorno dopo un voto austriaco che fa molto riflettere.

Se tutto questo è il nostro passato credo che abbiamo il dovere di fare due cose.

La prima è riconoscere il merito di coloro che quel passato hanno reso possibile. E dunque ricordare.

L’altra cosa che dobbiamo fare è impegnarci e vigilare affinché le pagine più oscure di quella storia non abbiano più a riaffacciarsi.

Ogni anniversario della storia, e quindi ogni 25 aprile, si colloca in un momento particolare della vita del paese e dell’Europa.

Accade così anche oggi: mentre osserviamo il gesto simbolico di un Papa che riparte dall’isola di Lesbo e porta verso il suo aereo tre famiglie di profughi siriani.

Il suo è quasi un ammonimento alla politica e all’Europa.

Cerchiamo di esserne all’altezza.

Buon 25 Aprile a tutti voi.

 

Post pubblicato da Gianni Cuperlo sul suo profilo Facebook

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