Al Sud non bastano i pacchetti di voti per essere buoni dirigenti

Pd
Insediamento dei seggi a Napoli per l'elezione della consiglio e del presidente della Regione Campania, 30 maggio 2015.
ANSA/CIRO FUSCO

Il sistema della criminalità prospera di fronte alla politica che arranca

Da Caserta a Salerno, passando per Napoli, vi è un unico indistinto agglomerato urbano, dove risiedono oltre 3 milioni di campani, il reddito medio pro-capite è inferiore a quello greco, vi è la più alta percentuale di dispersione scolastica del Paese e ha prosperato un intreccio trasversale tra politica, macchina amministrativa, impresa e criminalità.

Era Francuccio Zagaria che per conto del cognato, il boss dei casalesi Michele Zagaria, gestiva i rapporti con le amministrazioni pubbliche. Rapporti che, come ricorda il pentito Massimiliano Caterino, “prescindevano totalmente dal colore politico delle amministrazioni” e riuscivano a garantire innumerevoli appalti agli imprenditori legati al clan. È il ‘sistema': strumento di sostentamento stabile e di apparente provenienza lecita per i clan, i quali in cambio corrispondono somme di denaro ed appoggio elettorale.

Quello che magistratura e media stanno raccontando in questi giorni, nel silenzio di quegli organismi dirigenti del Pd che fanno a cazzotti per salire sui palchi e scompaiono quando c’è da assumersi responsabilità, ci racconta di questo: di quell’intreccio, di come la politica arranchi, arrivi in ritardo rispetto alla magistratura, non riesca a reagire dinanzi ad episodi di una inaudita gravità. E i ‘tesserifici’ e il dogma delle primarie senza confini sono solo l’effetto, non la causa, di una degenerazione profonda.

La cronaca e le inchieste ci raccontano il fallimento delle classi dirigenti, non solo politiche, ma culturali ed economiche, della Campania. La subalternità politico-culturale di questi anni, l’incapacità di autodeterminazione, l’impossibilità o la non volontà di rivendicazione verso i governi centrali nell’attribuzione delle risorse o delle scelte strategiche, è da ascrivere loro come la principale delle colpe. Il circuito perverso di classi dirigenti locali deboli, che legittimano Roma per essere legittimate, rinunciando del tutto alla pratica del conflitto, costituisce forse il migliore degli alibi per fenomeni quali il malgoverno, l‘incapacità di programmazione, la corruzione elevata.

L’unica risorsa del Sud da valorizzare non può essere la capacità di trasferire voti alle classi dirigenti centrali. E a questa idea, che il consenso sia l’unico metro di giudizio e che la quantità sia valore predominante rispetto alla qualità delle idee e dei profili, non può continuare ad opporsi solo una concezione autoreferenziale del rinnovamento, che non si pone il tema né dell’egemonia né del consenso, finendo per divenire solo un’ambizione estetica, a tratti narcisistica.

Senza cedere da una parte al gattopardismo, dall’altra alla gabbia dorata del minoritarismo, la politica campana e meridionale ha bisogno di una sinistra moderna, che ambisca a governare per rinnovare e a rinnovare per governare. È per questo che occorre scegliere, e scegliere in fretta. A livello locale e a livello nazionale, indipendentemente dai pacchetti di voti considerati utili, perché da lontano ‘la merda’ puzza di meno. Scegliere: come si selezionano classi dirigenti e candidature, come si costruiscono consenso ed alleanze, come si torna ad essere strumento di resistenza e di cambiamento, e non una sommatoria di comitati elettorali. E farlo senza ambiguità, discorsi di convenienza, ipocrisie strumentali. Non è un tema di struttura organizzativa, di partito leggero o pesante, di gazebo o sezioni, di tessere o primarie: è un tema di identità.

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