Cari compagni del No, siete sicuri di fare il bene dei più deboli?

Referendum
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Cosa accadrà se il 5 dicembre vince il No? La domanda che i sostenitori del No di sinistra non vogliono sentirsi fare

Ci volevano l’onestà intellettuale e l’anticonformismo di Michele Santoro, che credo non possa essere annoverato tra i fan di Matteo Renzi, per sollevare l’unica domanda che a questo punto ha senso: cosa accadrà se il 5 dicembre vince il No?

Ma è la domanda che i sostenitori del No di sinistra non vogliono sentirsi fare. Come dimostra anche la circostanza che, per il solo fatto di aver posto la domanda Michele, è stato ricoperto di contumelie dai soliti webeti. Sto estremizzando, è chiaro; so bene che esiste un merito della riforma e che è giusto discutere di quello. Ma è nella natura stessa del referendum, soprattutto quando investe grandi scelte, e quindi tanto più in questo caso, trattandosi di materia costituzionale, implicare valori e visioni che si aggregano attorno al Sì e al No e che si contrappongono. Fu così per il divorzio, per l’aborto, per il nucleare, per la preferenza unica, per l’acqua pubblica.

In alcuni di questi casi (penso al referendum elettorale e a quello sull’acqua) trattandosi di referendum abrogativi, i quesiti furono puri pretesti per affermare con il Sì una volontà di cambiamento che il sistema politico non riusciva a rappresentare; in altri, penso al divorzio e all’aborto, la difesa di diritti civili faticosamente conquistati in parlamento fece emergere per la prima volta una larga maggioranza laica e progressista, nella quale trovarono posto anche tanti cattolici. Nel caso della Scala Mobile, invece, quando la sinistra e la Cgil si rinchiusero in un ghetto, persero. Come ha giustamente sottolineato Sergio Staino nel suo dialogo epistolare con Pietro Spataro, stupisce che i “compagni del No”, rifiutino di ragionare su quale sia la posta in gioco questa volta.

La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane la illumina chiaramente: le tradizionali pulsioni reazionarie si uniscono alla rabbia degli esclusi dalla globalizzazione e formano un mix (inedito anche per la destra tradizionale) che travolge i democratici e i progressisti che non sanno interpretare quella rabbia. Dove ciò possa condurre gli Usa e il mondo interno nessuno oggi è in grado di dirlo, ma gli scenari sono inquietanti. Possiamo ignorarlo?

Possiamo votare affermando che se vince il No non cambia nulla? È un fatto che l’egemonia nel fronte del No sia dell’ircocervo trumpista italiano, Grillo&Salvini, e chi pensa che sia possibile dargli una torsione diversa prende un grande abbaglio: tutti i sondaggi (per quel che valgono) dicono che la stragrande maggioranza degli elettori democratici vota Sì. Ma perché lo fanno? Sono tutti del giglio magico? No, il popolo democratico si rende conto che per contrastare l’onda trumpista serve un doppio movimento: verso il basso cercando una riconnessione con il popolo degli esclusi, e verso l’alto rendendo le istituzioni più veloci, più efficienti, più trasparenti.

Una politica debole danneggia per primi quelli che stanno in basso nella scala sociale, perché i ricchi troveranno sempre il modo di fare valere le proprie ragioni. La sinistra, una sinistra moderna ma che non perda, come dice Walter Veltroni, un rapporto con il popolo, ha bisogno di istituzioni forti, capaci di decidere, proprio perché non dovrebbe bastarle governare l’esistente ma modificarlo a favore dei più deboli.

Non voglio qui tessere le lodi del governo Renzi, ma nessuno dovrebbe negare che, a confronto dei governi precedenti, ha provato, in Italia e in Europa, a rovesciare il paradigma dell’austerità, che è il principale ostacolo a quelle politiche di crescita senza le quali è impossibile introdurre misure di equità. Servono scelte che riducano le diseguaglianze, scelte concrete che possono essere fatte solo se si hanno in mano gli strumenti del governo. Ai miei amici della sinistra radicale, ai compagni del No, con i quali ho condiviso speranze ed errori (tanti, almeno i miei) vorrei dire con amicizia e rispetto: ma davvero credete che se vince il No, queste politiche diventeranno più praticabili? Pensate che Grillo, Salvini e Brunetta siano gli alleati giusti per farlo?

È ipocrita dire che il governo non c’entra nulla: questo governo è nato per fare le riforme e se non ci fosse la sua coerenza a imporglielo, sarebbero i trumpisti italiani a ricordaglielo il giorno dopo aver vinto. E cosa conterebbero a quel punto i D’Alema, i Bersani, i Vendola? Meno di zero.

Siete sicuri, cari compagni miei, che sia sensato abbattere l’unica esperienza riformista e progressista in piedi in questo momento in Europa, invece di assecondarla e condizionarla con l’azione di una sinistra che rappresenti nel campo democratico le insopprimibili istanze di eguaglianza dei deboli e degli esclusi?

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