Adozioni, mettiamo prima i diritti dei bambini

Diritti
Bambini, accompagnati dai genitori, in attesa di entrare in classe per iniziare il nuovo anno scolastico a Napoli, 14 Settembre 2015. ANSA/CESARE ABBATE/

La norma sulle adozioni da parte del genitore sociale di bambini cresciuti in coppie di fatto e omosessuali sarebbe un semplice passo di civiltà giuridica

La norma sull’adozione da parte di un “genitore sociale” non è conseguenza del cosiddetto “utero in affitto”. Essa sta su un altro piano che attiene al pieno riconoscimento del diritto di un minore alla famiglia. E’ una norma che riconosce una relazione di tipo primario già in essere, protetta dall’articolo 2 della Costituzione ma anche dalla prima parte dell’art.29. Si tratta di bambini che già sono in una famiglia pienamente naturale, cioè in una formazione pre-giuridica che preesiste alle leggi pur essendo pienamente morale, nel senso dei diritti umani incoercibili. Approvare, nel caso delle leggi sull’unione civile, la “step-child’s adoption”, significa andare nel solco della legge del 2006 che ha dato nonni legittimi a bambini nati fuori dal matrimonio. Credo che i giuristi cattolici lo sappiano bene e, dunque, dovrebbero saperlo anche i parlamentari cattolici. Se c’è un nodo etico da affrontare nel dibattito in corso esso riguarda soprattutto la discriminazione di una categoria di bambini.

Il timore dell’utero in affitto è una falsa questione messa sul tappeto dal vecchio gioco dell’ideologismo italiano, che non riguarda solo i cattolici, ma anche chi, violentemente, mette alla gogna chi la pensa diversamente.

Se il dibattito si svolgesse al di fuori degli accanimenti ideologici, ci renderemmo conto, ad esempio, che il riferimento all’articolo 2 della Costituzione per il riconoscimento delle coppie di fatto apre una strada maestra per il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, in quanto può agevolmente combinarsi con l’articolo 29, che difende una famiglia naturale. “Naturale” indica (per bocca dei Costituenti) un legame a forte densità sociale preesistente alla sua giuridificazione. Finalmente, col matrimonio, si porterebbe una minoranza considerata deviante entro l’alveo di un fondamento dell’ordine sociale. I molti eterosessuali che non si sposano mai, e anche gli omosessuali che non ricorrono al matrimonio la dove è riconosciuto, mettono in luce una tensione verso la contrattualizzazione privatistica dei legami sociali primari che dovrebbe preoccupare chi ha un atteggiamento critico verso la mercantilizzazione delle relazioni sociali, in particolare tra i generi e delle forme di famiglia.

Vediamo allora di distinguere il tema della maternità surrogata da quello dell’adozione da parte di un genitore sociale.

Il Manifesto contro il così detto “utero in affitto” ha affrontato la distinzione tra diritti individuali, di principio inerenti al solo soggetto, e diritti individuali intesi in senso prammatico e relazionale. Nella discussione, purtroppo, si è finito per colpire, di fatto, un pieno diritto alla relazione che andrebbe garantito ai minori: così accadrà se si cancella la norma della così detta “step-child’s adoption” in discussione nel Parlamento. Utilizziamo due espressioni più chiare: “gestazione per altri” e “adozione da parte di un genitore sociale”.

I due temi non sono così sovrapponibili come sembra. Infatti il primo rimanda a antiche tradizioni patriarcali, che, a mio avviso, si riproduco oggi, in regime di libertà femminile. Il secondo riguarda i diritti di filiazione che, in base a nuove sensibilità e a problemi emergenti, andrebbero riconosciuti ai bambini anche al di fuori dei casi della gestazione per altri. Sul primo tema va interrogato sia il consenso problematico delle madri portatrici che l’opinione delle donne che ritengono che un “buon contratto”, nella libertà formale dei contraenti, cancelli le disuguaglianze tra chi acquista e chi vende. Oggi non è possibile nascondere la violenza simbolica insita nella cancellazione delle dimensioni psicologiche e relazionali –positive e negative- dell’esperienza di una gravidanza e di un parto. “Dammi un figlio sennò io muoio”, grida Sara ad Abramo: ed ecco la schiava Agar, costretta, ma anche orgogliosa di offrire il suo utero per la filiazione patriarcale legittima. Abramo, sollevando Ismaele, lo inserisce nella famiglia, salvo poi scacciarlo nel deserto quando Sara, benedetta da Dio, avrà il “vero” primogenito dal suo utero. Ismaele perde allo stesso tempo un padre legittimo, una madre legittimata, una qualsiasi protezione giuridica e sociale. Cosa è cambiato da allora nella gestazione per altri?

In molti Paesi coppie eterosessuali, donne sole, donne di coppie lesbiche, uomini di coppie gay, possono ordinare gestazioni a altre donne attraverso imprese che, se serie secondo i paradigmi della libertà del mercato, garantiscono qualità genetiche dell’offerta, caratteristiche del nascituro, forme di relazione dopo il parto. Alcuni contratti prevedono la rottura definitiva di ogni rapporto, altri consentono relazioni con la madre biologica: non sarà mai madre giuridica, al massimo una “zia sociale”. In generale avviene che  i principi sottesi, “il sangue non è acqua”, e “i bambini sono di chi li alleva e li ama”, valgano soprattutto per chi compra o paga generosamente le spese. Dove l’uomo è il contraente, egli diventa –come spesso avveniva in passato- genitore preminente a tutti gli effetti: genetici, legali e sociali.  La madre biologica resta esclusa o ha un riconoscimento affievolito come ex-portatrice. Differentemente dal passato, la donna che vive in una coppia lesbica, attivando il contratto, somma i diritti materni e paterni, come già avviene per le madri il cui figlio non è riconosciuto dal padre: in questo secondo caso si realizza simbolicamente un regime di parità di genere. In tutti e due casi, tuttavia, la genitorialità dei partner viene negata dalla legge: per questo motivo si domanda che la parità acquisita nella coppia di fatto, per via della volontà reciproca e della relazione col bambino, diventi anche eguaglianza di potestà genitoriale, con l’adozione da parte del genitore sociale. Con il matrimonio degli omosessuali, e con l’adozione dei single, la richiesta sarebbe meglio inseribile nel quadro giuridico esistente.

Tuttavia, in caso di gestazione acquisita, è equa per il bambino la cancellazione della donna che l’ha generato? Ritengo che una positiva estensione dell’uguaglianza nella genitorialità, e della sicurezza dei rapporti con ambedue i genitori di cura e convivenza, non renda accettabile la gestazione per altri. Oggi, rispetto al passato, l’accettazione di una maternità dipende dall’autodeterminazione della futura madre, che il diritto ha riconosciuto pienamente in moltissimi Paesi. Non sono state le leggi a fondare quel diritto: esso discende dal riconoscimento della soggettività morale della donna e della gravidanza come esperienza che la coinvolge moralmente, fisicamente e mentalmente, come persona intera, capace di decidere di sé, nelle relazioni che essa riconosce adeguate per sé e per il bambino. Non abbiamo molte narrazioni che raccontino il punto di vista delle donne quando il loro ventre veniva ceduto, per amore o per forza, alla volontà di altre o altri. Possiamo affermare, oggi, che anche nel caso della volontarietà della gestazione per altri, la madre surrogata, oltre che a negoziare i diritti di “portatrice”, si dispone preliminarmente a sospendere una parte profonda dell’ esperienza di sé, con cui comunque farà i conti e che la cultura contemporanea riconosce come socialmente e simbolicamente rilevante. Infatti, qualunque sia il futuro del nato e della madre, e qualunque sia il sentimento che accompagna quel periodo della vita materna, pensiamo che esso produca effetti simbolici, relazionali, di cura, e capacità di comunicazione: lancia e  lascia segnali a madre e figlio che possono considerarsi altrettante fonti di doveri e diritti. Perciò la gravidanza, oggi più di ieri, non può venir considerata un mero fatto biologico, né un mero parassitismo biologico del bambino. Chi difende la “gestazione per altri” sostiene che se non c’è sfruttamento della povertà delle madri, allora siamo nel giusto campo della libertà delle donne.

Ma una scelta formalmente libera è di per sé scevra da violenza? Qui sono in gioco la parità, l’uguaglianza di genere, ma anche il riconoscimento della storia sociale delle differenze di genere. Rendere indifferentemente fungibile il corpo materno e paterno, non sembra potersi giustificare nemmeno in nome dei diritti riconoscibili a passaggi di genere. Femminile  e maschile possono iscriversi alternativamente in corpi femminili e maschili; ma le simbologie del materno e del paterno possono venir elaborate come totalmente intercambiabili, senza tener conto anche della corporeità come esperienza di vita, declinata in maniera singolare (per ora) a partire dalla gravidanza delle donne? Questa la domanda valida anche nel caso della gestazione per altri attraverso il dono. Abbiamo imparato dall’antropologia che le relazioni di dono non sono di per sé gratuite ed egualitarie: non basta cancellare il denaro per far venir meno le asimmetrie degli scambi sociali. Dunque, sulla gestazione per altri, abbiamo tre diverse interpretazioni. Quella liberista, del contratto di “libera scelta”, o della gratuità data-per-scontata nel dono, sono diversamente disattente alle diseguaglianze celate nella definizione dei diritti individuali, soprattutto nel mercato e nello scambio di beni immateriali. L’interpretazione opposta (sostenuta nel Manifesto contro l’utero in affitto), valuta l’affermazione della libertà femminile sulla base della sua realizzazione effettiva, considerando la concretezza delle relazioni poste in essere, gli effetti positivi o perversi dello scambio che avviene spesso in condizioni diseguali. La terza interpretazione –che non è propria solo dei parlamentari cattolici – àncora i diritti individuali a presupposti di verità razionalmente evidenti per tutti, e li fonda sulla prevalenza giuridica della logica di un gruppo sociale, la famiglia coniugale eterosessaule, rispetto alle scelte e vocazioni individuali. In questa posizione si nega alla famiglia omossessuale il suo statuto di formazione sociale di tipo familiare e di famiglia naturale, intesa come formazione pre-giuridica (e non biologica), secondo una lettura progressiva degli articoli 2 e 3 della Costituzione; soprattutto si resta indifferenti al “superiore interesse dei minori”  che pure si vorrebbe difendere.

A me pare che  la seconda posizione sia più utile, come metodo, per la costruzione di diritti individuali relazionali in una società pluralista: analizza le situazioni concrete, tentando di contrastare sia la sovranità del mercato che gli approcci culturalmente autoritari. In questo senso il Manifesto coglie nel segno. Tuttavia non tiene conto del fatto che il mercato delle gestazioni per altri, se è praticamente selvaggio, è pure formalmente radicato nello spazio giuridico internazionale, poroso come lo è la globalizzazione. Una super-norma internazionale non lo bloccherebbe: in Paesi come l’Italia lo renderebbe più sommerso, a danno dei nascituri e di donne più povere, o illuse dalla loro libertà mercantile. Se ci sono situazioni in cui non si può garantire la pienezza dei diritti, occorre allora operare affinché società e diritto offrano il massimo del riconoscimento a tutti i soggetti coinvolti. Perciò dovremmo migliorare le leggi sull’adozione, garantendo ai figli di poter conoscere la propria origine e di  mantenere un qualche legame giuridicamente valido anche con i genitori (solo) biologici. Per i bambini nati dalle gestazioni per altri, si tratta di rendere effettivo il diritto a riconoscersi anche nella relazione materna originaria: se è vero, come affermano quasi tutti, che il corpo non è solo biologia e che la relazione con la madre esiste anche durante la gravidanza. Per le madri si tratta di riaffermare che, proprio nella cultura dell’autodeterminazione,  la donna non è un ventre contenitore dei desideri o dei diritti altrui, mentre la gravidanza non è mai stata un fatto meramente biologico. Il dibattitto aperto è importante perché svela i limiti di due assunti opposti: dove c’è più libertà femminile, è minore il rischio di violenza di genere; la famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio garantisce un contesto più libero dalle violenze sulle donne.

Per quel che riguarda i bambini, occorre anche andare oltre, e riaprire una discussione più ampia sulle adozioni. In questo senso negare la step-child’s adoption significa non considerare quanto la negazione della ricerca delle origini corrisponda ad una lesione di diritti umani originari ma anche non riflettere sulla complessità delle relazioni di filiazione, non riducibile alla cultura prevalente di una coppia considerata la sola “proprietaria” del figlio.

Il riconoscimento della parentela tra nonni e nipoti, nel caso di coppie di fatto, ha già superato l’articolo 29 della Costituzione: il matrimonio non è più principio esclusivo del riconoscimento della genealogia della filiazione. Questo cambiamento ha effetti simbolici, e ne avrà di pratici (ad esempio sull’eredità), molto più ampi di quel che è scritto nella “leggina”. Sui diritti dei bambini, e sulle forme estensive della filiazione in senso orizzontale e verticale, occorre ripartire, credo, dal dibattito che ha opposto, a suo tempo, Natalia Ginsburg a Norberto Bobbio, riportato in  “Serena Cruz o la vera giustizia”. Il tempo ha dato ragione a Ginsburg: la bambina filippina, tolta a una coppia che l’aveva affiliata illegalmente, da maggiorenne ha di fatto riconosciuto tutti i suoi (quattro) genitori e si è ricongiunta con il fratello di “sangue”.

Il “caso” Serena Cruz ci ha insegnato a riconoscere che la famiglia è molte cose: l’origine biologica, la costanza delle relazioni di cura, la memoria di genealogie rielaborate nel corso della propria biografia, i legami affettivi passati e presenti, la molteplicità delle appartenenze: tutto ciò concorre alla formazione dell’ identità personale e dei legami sociali primari. In questo senso la norma sulle adozioni da parte del genitore sociale di bambini cresciuti in coppie di fatto e omosessuali sarebbe un semplice passo di civiltà giuridica, riconoscendo la complessità della famiglia “naturale”, cioè esistente, al di là della legge e prima della statualità. Legge e statualità dovrebbero garantire dalla violenza, non impedire l’estensione dei legami sociali. Un segnale positivo lo troviamo nella possibilità di adozione da parte delle famiglie affidatarie, con una mutilazione: solo una coppia sposata può adottare, e comunque occorre che i genitori biologici abbiano perso ogni rilievo giuridico. Quanti minori, amputati a priori persino di relazioni che potrebbero già sussistere, cresceranno con ferite profonde che potremmo evitare?

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