Addio al Cinquestelle naïf

Politica
Beppe Grillo con il parlamentare Luigi Di Maio sul palco alla festa del M5S al Circo Massimo, Roma 12 ottobre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Basta sciocchezze, basta dilettantismi: si cambia, ha ordinato Grillo da un palco di Brescia. Ma di qui al traguardo la strada è piena di buche. Soprattutto due, e sono voragini

Addio sirene («È provato che esistono», Tatiana Basilio), addio scie chimiche («Chi può negare che esistano?», Paola Tavella), addio complotti del Bildeberg («Qui vengono preparati i colpi di Stato», Salvo Mandarà), addio «microchip nel corpo umano» (Paolo Bernini). Addio alle trattative con l’Isis (Alessandro Di Battista), al «sembra di stare a Ballarò» (Roberta Lombardi) e forse anche addio alla mistica del web, alle parlamentarie, alle quirinarie, e chissà se anche addio al vaffanculo, che detta così sembra un calembour post-pasoliniano e che invece è una svolta politica. Basta sciocchezze, basta dilettantismi: si cambia, ha ordinato Grillo da un palco di Brescia, dove lui apriva la manifestazione e Luigi Di Maio, l’homus novus di Cinquestelle, chiudeva: un tempo succedeva il contrario. Una simbolicissima investitura, con il super-giovane Di Maio fresco come una rosa malgrado l’afa, tipico segno di riconoscimento del leader naturale, Di Maio che è l’uomo – pardon: il ragazzo – su cui l’accoppiata Grillo&Casaleggio ripone le chance di vittoria elettorale contro l’odiato Renzi, che è pure un pochino più vecchio (tiè). Ma di qui al traguardo la strada è piena di buche. Soprattutto due, e sono voragini.

La prima risulta subito evidente a chi abbia visto i grillini all’opera in Parlamento in questo anno e mezzo, dall’exploit del 2013. Malgrado l’innegabile miglioramento, soprattutto da parte di alcuni onorevoli (niente nomi altrimenti si offendono gli altri e magari anche loro), si è notato in più circostanze lo scarso spessore culturale e politico della gruppone sbarcato a Montecitorio e Palazzo Madama: l’impaccio a sbrogliarsela con i discorsi parlamentari, l’inefficacia delle proposte, l’incapacità di tessere rapporti politici utili alla propria causa, lo sfarfalleggiare nell’emiciclo inveendo contro la presidente, l’intolleranza verso il dissenso, il pasticciare con gli scontrini: tutte cose che non si spiegano solo con l’inesperienza e un certo spirito da ultimo giorno di scuola. Non molto più di questo resta agli atti. Sembrava una strategia comunicativa: noi siamo altra cosa. Poi la cosa ha smosciato tutti: ma che ci state a fare, in Parlamento, se ve ne andate per tetti? Ecco dunque i Due Grandi Capi scampanellare – la ricreazione è finita – e dire che bisogna scegliere gente seria, esperta, preparata. Magari che faccia politica.

L’altro problema, legato a questo, riguarda il “come” scegliere, “come” organizzarsi, “come” decidere. Sono mesi che Grillo ci gira intorno. Da quando, con la scusa di sentirsi “un po’ stanchino”, al di fuori di ogni pratica democratica mise su il famoso Direttorio (Di Maio – primus inter pares -, Di Battista, Fico, Sibilia e Carla Ruocco), un politburo ristretto che al confronto quelli del Pcus erano assemblee di massa: e comunque – va riconosciuto – da quel momento i Cinquestelle si sono dati una ripulita politica, si sono come emancipati dalle rozzezze iniziali, piano piano si sono affacciati in tv senza fare i buffoni mentre in Parlamento cominciavano a proporre cose più sensate, a valutare le idee altrui, a non disdegnare la partecipazione alle nomine (intestandosi l’immaginifico Freccero): fino al “discorso di Brescia” che lascia intravedere la volontà di costruire – ma sì – un partito, o chiamatelo come volete. Una “Cosa” pentastellata ma post-grillina, un’organizzazione attenta al territorio («Cercheremo di organizzare meglio i meet-up») e alla selezione dei dirigenti e dei parlamentari («ci saranno paletti più stringenti»). E anche alla interlocuzione con il mondo: il solipsismo casaleggiano e l’autoreferenzialità grillesca non bastano a cambiare le cose, forse lo può fare – ma sì – un partito, magari con una sua bella sede nel centro di Roma, qualche accordo politico e un po’ di riunioni non clandestine. Un esito in fondo inevitabile.

Sempre che ci riescano, il che non è affatto detto: lo spirito del vaffanculo è sempre lì, dietro l’angolo.

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