Addio ai leaderini del movimento. Si torna al centralismo antidemocratico

M5S
Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista a margine della festa del movimento cinque stelle al Circo Massimo, Roma, 12 ottobre 2014. 
ANSA/ANGELO CARCONI

Dopo pochi mesi dalla sua nascita il Direttorio infatti è morto, rendendo evidente a tutti come il grillismo non sia compatibile con l’idea di un gruppo dirigente plurale

“Si va avanti senza più l’impaccio del Direttorio che in queste 48 ore ha vissuto il suo definitivo superamento”, ha scritto ieri su questo giornale Claudia Fusani fotografando lo stato dell’arte in casa M5S. Da leggere bene quel termine polemico ma esatto: “impaccio”.

Dopo pochi mesi dalla sua nascita il Direttorio infatti è morto, rendendo evidente a tutti come il grillismo non sia compatibile con l’idea di un gruppo dirigente plurale, cioè con il sale della democrazia interna, con il senso stesso della vicenda di un partito politico (“La storia di un partito è la storia del suo gruppo dirigente”, scrisse Paolo Spriano a proposito del Pci – altri tempi).

Sarebbe paradossale rimpiangerlo, il Direttorio, organo non si sa da chi nominato e per fare cosa: ma almeno sulla carta era pur sempre un “luogo politico”, per quanto scombiccherato e misterioso, forse primo passo di una normalità democratica.

E invece niente, azzeriamo tutto, c’è un uomo solo al comando (più il proprietario della Casaleggio Associati srl, il cui spessore politico resta un mistero più fitto delle elucubrazioni del video-testamento di suo padre), e cioè Beppe Grillo. L’omicidio-suicidio del Direttorio segnala perciò un punto critico della mancata evoluzione del M5S come formazione politica democratica perché strozza nella culla la possibilità di un minimo di dialettica decifrabile, e dunque di quella circolazione di idee vitale per ogni consesso civile.

La stessa repentina scomparsa di Di Maio, Di Battista, Taverna non solo dalla tv ma in generale dal dibattito pubblico – cosa di per sé tutt’altro che spiacevole – è tuttavia inquietante: come se una colossale purga staliniana fosse stata somministrata ai troppo baldanzosi leaderini del Movimento. C’è naturalmente una spiegazione politica di tutto questo. Troppe liti, troppi protagonismi, troppi accavallamenti di voci.

Il che rimanda al mai risolto problema del chi decide. Nel casino totale che si è sviluppato attorno alla «questione romana» – deve aver pensato Grillo – meglio che a dire l’ultima parola, e già che ci siamo anche la prima, sia io. Non la Raggi, per dire, la quale ormai impiega gran parte del suo tempo a schivare l’offensiva del Gran Capo nel tentativo sempre più affannoso di difendere se stessa, la Muraro, la giunta. E l’astuto Di Maio, dov’è finito? E Di Battista, una volta sceso dalla motocicletta? E la bellicosa Taverna? Spariti.

Poi, come scolaretti delle elementari, deputati e senatori sono stati convocati a gruppi da Beppe, in una specie di processione prima nel suo hotel davanti al Foro di Traiano e poi a Montecitorio, e mai sapremo di cosa hanno discusso – ah, lo streaming! – ma siamo tutti abbastanza grandicelli per capire che il senso della cosa era molto semplice: far capire ai parlamentari pentastellati che la ricreazione è finita, basta chiacchiere, si torna a casa, al centralismo antidemocratico, al potere assoluto del Capo.

È un po’ la chiusura del cerchio – da Grillo a Grillo – che in effetti fa il paio con la riscoperta del vaffa, del no a tutto come ragione di vita, mentre sia pure per brevi tratti era parso che il M5S aprisse qualche finestrella all’aria della politica intesa come insieme di idee. Invece la sempre facile scorciatoia della chiusura in se stessi e della denigrazione altrui ha infine avuto la meglio, una volta scoperto che la democrazia è un problema, per chi non sa maneggiarla.

Vedi anche

Altri articoli