Addio a Mario Dondero, un amico dell’Unità

Fotografia
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Fotografare non era fare mille scatti e alla fine scegliere quello venuto meglio, era cercare l’inquadratura, il volto, l’espressione: solo quella foto meritava di esser fatta

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Mario Dondero era un vecchio amico. Un vecchio amico dell’Unità. Era perché è morto, a Fermo, all’età di 87 anni. Lui, che viveva soprattutto a Parigi, passava spesso in redazione portandosi dietro le sue foto. Poteva venire dalla casa di uno scrittore francese (ricordo ancora le sue foto di Robbe Grillet quello de”L’anno scorso a Marienbad” che lui trattava come un vecchio sodale di racconti e di avventure) o da un viaggio nei paesi più sperduti del mondo e il modo che aveva di presentartele era sempre lo stesso: passione e narrazione. Il mondo non finiva in una immagine ma nel racconto che quella immagine sapeva evocare in lui come in chi la guardava. Era stato da ragazzino un partigiano in Val d’Ossola, un comunista, un giornalista che aveva scelto la macchina fotografica preferendola a quella da scrivere.

uomo alla stazione del metrò

Mario parlava sempre a voce bassa, con un filo di accento settentrionale che non ha mai perso e quella faccia un po’ così che lo faceva somigliare a Yves Montand (un suo amico e anche lui un italiano finito in Francia). Non si vantava mai di nulla, neppure quando le sue foto lo portavano a vedere luoghi e persone lontanissime. Tornava magari da un mese in Iran e tirava fuori poche decine di foto. Usava sempre la sua vecchia Leica, una macchina piccola squadrata, per niente glamour, con una tecnologia semplice ma perfetta, non era neppure una reflex (per chi non lo sa significa che quando inquadri quello che vuoi fotografare non lo vedi come appare nell’obiettivo ma da un piccolo mirino collocato in alto), le macchine digitali erano ancora lontane da venire e comunque per Mario esisteva solo quell’oggetto piccolo, leggero, semplice, non automatico. Perché fotografare non era fare mille scatti e alla fine scegliere quello venuto meglio, era cercare l’inquadratura, il volto, l’espressione: solo quella foto meritava di esser fatta.

Faceva foto bellissime perché vere, sempre. Fossero i ritratti di Stefania Sandrelli o le immagini della campagna emiliana col diffusore dell’Unità in bicicletta c’era sempre un occhio e un’anima dietro che cercava di capire e di documentare. Pasolini e il Sessantotto alla Sorbona, Samuel Beckett e i contadini meridionali, le periferie le fabbriche, le case dei poveri le facce di ragazzini imbacuccati per il freddo o nudi: tutto appassionava Mario Dondero e tutto lui sapeva raccontare col suo tocco. Nel mio ricordo faceva foto solo in bianco e nero. E’ un ricordo impreciso, perché se il bianco e nero ha rappresentato la gran parte della sua produzione trra i suoi scatti per i settimanali c’era anche il colore. Ma sono convinto che in fondo il mio sia un ricordo corretto: per Mario quel modo di esprimersi aveva la nitidezza del bianco e nero la grana delle pellicole e delle stampe, la semplicità della sua Leica.

Erano pochi i fotografi come lui (mi viene in mente solo un suo amico e “allievo”  Danilo De Marco) austeri e tanto complessi intellettualmente quanto semplici nei modi capaci di appassionarsi non alle foto, ma a quello che c’è dentro.

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