Accordo sul nucleare iraniano, l’effetto sul Medio Oriente

Mondo
epa04846014 (L-R) Chinese Foreign Minister Wang Yi, French Foreign Minister Fabius Laurent, German Foreign Minister Frank-Walter Steinmeier, High Representative of the European Union for Foreign Affairs and Security Policy Federica Mogherini, Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif, Iran's Ambassador to IAEA Ali Akbar Salehi, Russian Foreign Minister Sergei Lavrov, British Foreign Secretary Philip Hammond and US Secreatary of State John Kerry during a press conference in the course of the talks between the E3+3 (France, Germany, UK, China, Russia, US) and Iran in Vienna, Austria, 14 July 2015. Foreign ministers from six world powers and Iran finally achieved an agreement to prevent the Islamic republic from developing nuclear weapons, Western diplomats said in Vienna on 14 July 2015.  EPA/HERBERT NEUBAUER

Basta guardare la foto celebrativa dell’accordo raggiunto, con il ministro degli esteri iraniano Zarif al centro dei rappresentanti delle grandi potenze, USA, Russia, Cina, Francia e Inghilterra, UE, più la Germania, per capire che l’Iran oggi non è più un paria tra le nazioni.

I tempi di garanzia previsti dall’accordo sono lunghi, non solo per l’armamento nucleare, ma anche per quanto riguarda la vendita di armi aggressive e la fornitura di know how per i missili balistici, ma da questo momento l’Iran riassume a pieno titolo il suo ruolo di grande potenza regionale, e di importante player internazionale.

In Medio Oriente oramai sono quattro i grandi poli, l’Iran, l’Arabia Saudita, la Turchia e Israele. L’Egitto è tra i grandi Stati, ma è azzoppato dalla incipiente guerra ciivile, conseguenza della feroce repressione contro la Fratellanza musulmana e della sempre più aggressiva insorgenza dei gruppi che si richiamano all’ISIS, che dal Sinai stanno allargando gli attacchi al Cairo e alle altre città maggiori, attacchi che il regime del maresciallo al-Sisi stenta a contenere.

La partita si gioca quindi tra Arabia Saudita, alla testa del campo sunnita, e un Iran rafforzato sul piano politico e anche finanziario, grazie allo sblocco dei capitali finora congelati nelle banche internazionali.
L’impatto, sui diversi terreni di scontro, sarà forte. Dalla Siria, all’Iraq, allo Yemen, allo stesso conflitto israelo-palestinese. l’Iran vi è impegnato in prima persona e attraverso la diramazione libanese Hezbollah

La questione è come verrà giocata questa partita, se ricorrendo ai falli e ai calci di rigore, o se verrà trovato un modus vivendi che permetta di avere una gestione meno sanguinosa delle diverse crisi, consentendo di giungere ad una regolazione dei rapporti che si fondi su un nuovo equilibrio, necessariamente dinamico.

Il discorso vale per l’Iraq, dove il nuovo protagonismo iraniano può facilitare l’apertura alle tribù sunnite e ai curdi, sconfiggendo lo sciagurato esclusivismo settario del precedente premier sciita al-Maliki, non ancora sufficientemente superato dal suo successore Haider al-Abadi.

Ma l’assunto è vero innanzi tutto per la Siria, ove è oramai evidente che la campagna del terrore dell’ISIS, punto di lancia del blocco sunnita per contrastare l’espansionismo sciita, non può essere contenuta e bloccata senza un accordo di ampio respiro, che includa le forze legate al regime di Assad, con le minoranze alawita, curda e cristiana (anche se non necessariamente lo stesso Assad, cui vanno però fornite le necessarie garanzie) e le forze ribelli più moderate legate alla Fratellanza musulmana, accordo che deve trovare il supporto e la garanzia della stessa Arabia Saudita, dell’Iran, della Russia, oltre che degli Emirati e delle potenze occidentali e degli stessi USA.

Ciò pone ancora il problema della Fratellanza musulmana. È sempre più evidente, e la stessa Arabia Saudita comincia a rendersene conto, ma non ancora il Premier egiziano al-Sisi, che è stato un errore la battaglia e la repressione frontale contro questa forza, battaglia che è servita solo ad alimentare le adesioni delle milizie islamiche che si richiamano al Califfato.

Una prima apertura comincia a riscontrarsi verso Hamas, a Gaza, dove sono in corso contatti con gli emissari della sicurezza egiziana, per evitare la saldatura con le milizie sciite del Sinai, e nello stesso Yemen, dove i sauditi paiono aver compreso che non possono fronteggiare contemporaneamente gli attacchi degli Houthi e quelli delle forze legate alla Fratellanza.

Quanto alla Turchia, essa è stretta da forti vincoli economici e finanziari all’Iran, anche se si trova in contrasto con esso rispetto alla Siria e all’obbiettivo, primario per il premier turco Erdogan, della caduta di Assad.

Ma i turchi in questa fase paiono più interessati a contrastare un ulteriore rafforzamento dei curdi, che hanno rappresentato il più forte baluardo contro l’espansionismo dell’ISIS (ponendo le fondamenta per un loro futuro stato), piuttosto che a contrastare l’azione delle milizie Hezbollah inviate dall’Iran. In questi giorni il governo di Ankara sta considerando la possibilità di creare una zona cuscinetto nella frontiera siriana, per proteggersi dalle incursioni, ma anche per controllare meglio i curdi e garantirsi una carta sul terreno in caso di futuro possibile smembramento della Siria. Erdogan peraltro attraversa una fase di debolezza, dopo il per lui negativo esito delle elezioni legislative, e può essere tentato di ricorrere a questa mossa per riunire il paese dietro di lui.

Quanto a Israele, è forse quello che esce peggio dalla vicenda. Netanyahu ha contrastato frontalmente la scelta negoziale del presidente Obama, con il suo intervento di marzo al Congresso USA, tagliandosi così fuori da ogni possibilità di influire sui contenuti e sugli sviluppi del negoziato. Ora compie la scelta di puntare sulla bocciatura dell’accordo da parte del Congresso USA a maggioranza repubblicana, ma intervenendo così pesantemente rischia di coalizzare intorno a Obama anche quei democratici del Congresso che sono incerti, rendendo precaria la possibilità di arrivare ad avere i due terzi del voto, necessari per aggirare il già annunciato veto di Obama contro ogni decisione avversa all’accordo.

Obama resterà presidente degli USA ancora un anno e mezzo, ed è rischioso per Israele sfidarlo così platealmente.

Di fatto, l’Iran è divenuto oramai un interlocutore primario per gli USA. Questo non significa che si arriverà a una alleanza generalizzata, su alcuni fronti ci sarà collaborazione, come nella battaglia contro l’ISIS, su altri competizione, come in Yemen, ove gli USA si sono schierati contro l’insorgenza Houti. Ma è probabile che i terreni di collaborazione siano destinati ad essere sempre più ampi.

Rispetto all’Arabia Saudita, questo significa in pratica una politica dei due forni: gli USA cercheranno di utilizzare Riyadh per contenere le spinte espansive iraniane, e Teheran per combattere l’aggressività delle milizie dell’Isis finanziate dal blocco sunnita; tenteranno anche di dissuadere i sauditi da una pericolosa rincorsa sul terreno nucleare, fornendo loro garanzie di sicurezza e armi di difesa. Ma da oggi i sauditi non sono più gli unici “primi partner” per gli Stati Uniti.

Quanto all’Europa, Federica Mogherini ha giocato un ruolo in prima persona per tutto il corso del negoziato, arrivando persino a prendersi qualche rimbrotto dal ministro iraniano Zarif. Una presenza a cui non eravamo abituati e che va sottolineata, mentre ora parte la gara a chi arriva prima al nuovo business iraniano. Una volta tanto, l’Italia non giungerà ultima, a quanto pare.

Tratto da ytali.com

Vedi anche

Altri articoli