Accoglienza. Il modello Toscana

Immigrazione
A moment of the rally in Ventimiglia to support Migrants that sleep on the rocky beach at the Franco-Italian border in Ventimiglia, Italy, Friday, June 20, 2015. European Union nations failed to bridge differences Tuesday, June 16 over an emergency plan to share the burden of the thousands of refugees crossing the Mediterranean Sea, while on the French-Italian border, police in riot gear forcibly removed dozens of migrants.       ANSA / LUCA ZENNARO

La Toscana è pronta a fare la sua parte e a mostrare al mondo che una politica umanitaria è una politica che si occupa degli interessi dei popoli oppressi che cercano la libertà per via democratica.

Arrivano dal mare. Stremati, feriti, figli della guerra e della fame. L’Europa rappresenta per loro la possibilità del riscatto, ma l’Unione Europea tra paure e nazionalismi non è all’altezza della loro speranza. In Toscana la prima “emergenza profughi” è arrivata tra il 2011 e il 2013 con i primi migranti dalla Tunisia. Cinquecento e poi altri mille e trecento dalla Libia. La gestione della loro accoglienza poteva diventare un’emergenza sociale, ma riuscimmo a trasformarla in un’opportunità. Per la prima volta rispondemmo con un modello alternativo che chiamammo “accoglienza diffusa”. Altri tremila profughi sono arrivati con gli sbarchi degli ultimi mesi.

Numeri destinati a crescere ma che non temiamo. Possiamo gestire questi arrivi, e quelli futuri a patto d’agire in maniera coordinata, coesa e partecipe. Attivando le reti del volontariato, le associazioni umanitarie e gli enti locali, evitando di disertare il territorio o imporre decisioni dall’alto. Un modello basato su tre punti. Il primo: un’accoglienza sostenibile e rispettosa. Secondo: utilizzo di piccole strutture, distribuite adeguatamente sul territorio. Non più di poche decine di persone per gruppo. Ultimo punto: reciproca umanità. Non esiste buona accoglienza e integrazione adeguata senza un impegno, da parte di chi viene accolto, a restituire alla comunità che accoglie un servizio di pubblica utilità.

Le Regioni assumono così una funzione decisiva nella gestione dell’accoglienza in una logica di condivisione nazionale del problema. Siamo davanti a una emergenza umanitaria di carattere globale che non può in alcun modo essere confinata nell’orizzonte locale e che non merita d’essere manipolata e strumentalizzata dagli imprenditori della paura. Ogni chiusura e diniego di disponibilità a partecipare alla soluzione di questo problema contrasta apertamente con la Costituzione. E in particolare con l’articolo 10 che prescrive il diritto di asilo nel territorio della Repubblica “allo straniero a cui sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”.

Ricordiamoci che questo articolo fu scritto in un paese sommerso dalle macerie dalla povertà. Ma non basta una strategia di governo territoriale, né per affrontare la paura percepita, né per gestire l’emergenza oggettiva. Occorre una strategia politica e diplomatica di lungo periodo per stabilizzare e pacificare il Mediterraneo che, come ci ricorda Fabio Mini, è un mare “in guerra”. Non si tratta di un problema frontaliero o costiero del Nord Africa o del Sud Europa, bensì di un grande disordine globale che non può essere minimamente affrontato erigendo muri (come impunemente vorrebbe fare l’Ungheria), sospendendo Schengen, o interpretando rigidamente il regolamento di Dublino.

La risposta deve tenere insieme l’iniziativa diplomatica e militare. E politiche di accoglienza civili e solidali. Come ha detto Romano Prodi, l’intervento per fermare l’onda montante del terrorismo fondamentalista spetta al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con l’appoggio di Tunisia, Algeria e Marocco. Ma le politiche di accoglienza spettano a tutta l’Europa. Dobbiamo dirci la verità e dirla ai nostri cittadini. Questo fenomeno deve essere assunto nella sua reale dimensione e soprattutto governato come una grande sfida epocale e globale.

I dati dell’UNHCR parlano di quasi 60 milioni di profughi nel mondo contro i 51,2 milioni dell’anno precedente e i 37,5 milioni di dieci anni fa. A livello mondiale nel 2014 si sono contati 19,5 milioni di rifugiati, più della metà bambini. Ma è pericoloso manipolare i dati per fare allarmismo: il numero di arrivi nel 2015 è paragonabile a quello del 2014. In Europa, a fronte di 500 milioni di abitanti, parliamo di mezzo milione di persone. Il problema può essere affrontato in maniera efficace se l’UE mostrerà la sua capacità di essere davvero Unione.

In una recente conversazione avuta a Bruxelles con lo staff del Commissario Mogherini ho potuto verificare da vicino l’importanza della cooperazione internazionale nelle aree di crisi. Gli enti locali possono e devono esprimere anche una dimensione di impegno internazionale. La Toscana è in prima linea. Nei prossimi giorni visiterò Tunisia e Algeria. In Tunisia siamo impegnati con un progetto di cooperazione assieme alla Francia a sostegno del processo di transizione democratica. Visiterò poi la regione di Cabilia nel Maghreb algerino. Da lì proviene il gruppo Cevital dell’imprenditore Issad Rebrab che ha rilevato le acciaierie di Piombino e che, grazie ad un investimento complessivo di 400 milioni di euro (cui si aggiungono i 300 di Stato e Regione), porterà all’apertura di due nuovi forni elettrici e di un nuovo laminatoio in cui verranno impiegati tutti i 2.200 operai del siderurgico.

In questo modo stiamo dando e daremo il nostro contributo di politica industriale e di politica estera. Questo tipo di progetti rappresenta uno dei più importanti antidoti al terrore perché apre nuove porte per l’Europa. Tunisia e Algeria sono la prova concreta che una via di pace, di stabilità e prosperità è ancora possibile. La Toscana è pronta a fare la sua parte e a mostrare al mondo che una politica umanitaria è una politica che si occupa degli interessi dei popoli oppressi che cercano la libertà per via democratica. L’Europa non può iniziare e finire a Bruxelles, deve diventare una realtà tangibile e rivelare la sua natura: terra di pace e sicurezza. Interveniamo immediatamente e concretamente, prima che sia troppo tardi, prima che il caos prevalga.

Enrico Rossi

Presidente Regione Toscana

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