A Travaglio non ne va bene una, la sua crociata rischia di finire in una Caporetto

Il Fattone
In un frame tratto dalla prima puntata di Servizio Pubblico in onda su La 7, Marco Travaglio, Roma, 25 ottobre 2012. ANSA/TV +++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++

Parlamento, Antitrust, Csm: le ipotesi di conflitti d’interesse non sussistono. E lui strepita

Rischia di finire in una Caporetto la crociata travagliesca sulla vicenda Banca Etruria, governo, Boschi figlia, Boschi padre, Renzi figlio, Renzi padre e quant’altro. Oggi il direttorone del Fatto scrive sulla decisione del Csm sul  pm Rossi ma lo fa con un tale piglio polemico che la sua penna, solitamente così cristallina, stavolta s’ingarbuglia e macchia tutto il foglio. Risultato, il casino.

Fa così, Travaglio, quando perde. Come i bambini: butta i giocattoli per aria e va a piagnucolare fino alla prossima comparsata a La7 dove si darà una rassettata prima di insultare il malcapitato di fronte.

Sì, la verità è che Travaglio perde. Non gliene va bene una. Prima il Parlamento ha respinto la mozione di sfiducia contro la Boschi, alla quale peraltro non credevano nemmeno i firmatari; poi l’Antitrust ha detto che la medesima Boschi non è in conflitto d’interessi; e infine ieri il Csm ha stabilito all’unanimità che il pm Rossi non è nemmeno lui in conflitto d’interessi e quindi può continuare a svolgere l’attività di consulenza presso palazzo Chigi.

Ora, che il direttorone del Fatto dileggi il Parlamento non suscita emozione perché nella sua cultura intimamente autoritaria il parlamento non occupa un particolare posto d’eccellenza. Che se ne infischi dell’Antitrust è già un pochino più strano, perché egli ha sempre lamentato l’inadeguatezza di strumenti nella nostra cultura giuridica e quindi dovrebbe averne rispetto. Ma che irrida il Csm è più che mai sorprendente, data la sua passione per la magistratura e di conseguenza per l’organo che la governa.

E dunque, ecco un articolo pieno di lacune – chiamiamole così – nel quale il Csm viene dipinto come un’accolita di mezzi scemi che si fanno abbindolare dall’astuto magistrato aretino giudicato infine “sereno”, come se questa espressione stesse a indicare – che so – l’espressione del volto e non invece una condizione indispensabile per esercitare un’attività professionale.

Fra omissioni, ironie, e vere e proprie villanie, dunque il nostro amico Travaglio ha trasceso un’altra volta. Annegando i dispiaceri professionali e politici in un mare di parole, come  quei personaggi soli e abbandonato che la notte di Natale la passano in una bettola a scolarsi bottiglie su bottiglie. Non resta che sperare in un migliore – per lui- 2016. Auguri sinceri.

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