A ognuno il suo pezzo di Pasolini

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Destra, sinistra, giustizialisti, intellettuali… Ognuno ha preso il frammento dello scrittore che faceva più comodo: lo spiega un libro di Mirenzi

Quanti volti ha il fantasma di Pasolini? Ci si potrebbe fare un libro di figurine, come quelle dei calciatori, ma con tutte le sue faccine una accanto all’altra, simili eppure diversissime, quasi dei personaggi della Commedia dell’arte. Il Pasolini comunista, il Pasolini reazionario e para-fascista, il Pasolini anarchico, il Pasolini come Cristo sulla croce, il Pasolini omosessuale e quello anti-omosessuale, il Pasolini dell’«Io so», quello che difende i poliziotti-borgatari contro la furia degli studenti e quello che li cerca, gli studenti del ’68, il Pasolini antiabortista e quello progressista, il Pasolini che ama l’America e quello che odia il neo-capitalismo iperconsumista. Ognuno di questi ha la sua porzione di verità. Ma ognuno di questi è stato depredato e sbranato a uso e consumo di chi, di volta in volta, ne poteva trarre vantaggio. La destra, la sinistra, gli altri intellettuali, i poliziotti, i ciellini, i giustizialisti, i complottisti, i politici. Compresi molti di quelli che quand’era vivo (e proprio oggi avrebbe compiuto 94 anni) lo volevano morto, quelli che ne stavano alla larga, quelli che non lo capivano e non lo volevano capire, quelli che l’avevano odiato, quelli che l’hanno temuto. «Ognuno ha preso il frammento che più gli faceva comodo e l’ha dilatato fino a farne l’intera immagine», scrive Nicola Mirenzi nel suo libro Pasolini contro Pasolini (Lindau, pp.150, euro 14), appena uscito. Un volume smilzo, ma di grande efficacia, pur essendo un testo per niente rassicurante, che rimette in fila tutti coloro che si sono appropriati – talvolta con sfacciataggine, qualche altra persino con candore – dell’icona Pasolini, sfolgorante come una maglietta del Che Guevara, come la foto con gli occhialini di John Lennon o la pubblicità postmoderna di Gandhi. Una specie di frullato in cui tutto sta con tutto. Prendete Giorgia Meloni, due anni fa: nel suo Pantheon dei Fratelli d’Italia ci infila anche lui, lo scandaloso Pier Paolo che i neofascisti negli anni settanta volevano menare e più d’una volta avevano aggredito, insieme «al gerarca Italo Balbo, il paroliere della nazione Goffredo Mameli, il sempredestro Gabriele D’Annunzio, l’immancabile J.R. Tolkien». La destra italiana, bisogna dire, nel tempo ha coltivato tutta una sua passione per l’autore di Salò e degli Scritti corsari. Che è stato citato con trasporto da Paolo Di Canio, ex calciatore con il profilo del Duce tatuato sulla schiena («Mi piace Pasolini. I personaggi che racconta sono figli del popolo, gente di strada…»), così come da Marcello Veneziani, che ne fa un autore assolutamente di destra. Perché, dice Veneziani, «Pasolini era contro il ’68, la borghesia radical chic, la società permissiva e irreligiosa, l’aborto e la manipolazione genetica».

1- Il più citato e il meno letto

Insomma, PPP era di sinistra solo per opportunismo, o autocensura: si sarebbe travestito da uno di sinistra, per mancanza di coraggio a dirsi di destra. Il problema, argomenta Mirenzi, è che «Pasolini è l’intellettuale più citato e meno letto d’Italia». Nessuno pare cogliere come siano proprio il paradosso, la contraddizione e una innata avversione all’omologazione le chiavi per entrare nell’universo pasoliniano, in cui – a parte i sottoproletari , la gente delle borgate – non ci sono innocenti, a cominciare da Pasolini medesimo. A ognuno piace prendersi l’invettiva del poeta, dimenticando il poeta stesso, lo scrittore, il pensatore. Come quella del «Processo» – sì, l’onirico articolo sul Corriere della Sera contro i notabili democristiani – che è stata usata finanche da Beppe Grillo, immaginandosi, il capo dei Cinquestelle, una sorta di inquisizione giustizialista laddove il nostro ragionava per simboli, per dire che l’Italia aveva bisogno di un rito collettivo di elaborazione storica di quel che erano stati gli anni ’60 e ’70. Certo non gli interessavano le pene e i tribunali. Eppure il tema del “processo pasoliniano” passò persino dal rapimento Moro e da Tangentopoli, facendo di Pier Paolo il feticcio di altre storie, altri abissi. Non che la sinistra sia stata immune alla “pasolinite”. Quel Pci che aveva espulso il poeta di Casarsa nel ’59 «per indegnità morale» ne organizzerà con trasporto i funerali dopo l’omicidio a Ostia. L’intellettuale maldigerito per decenni «risorge come intellettuale organico» dopo la sua selvaggia uccisione, con articoli su Nuovi Argomenti e similari, facendolo assomigliare per incanto persino a Berlinguer. Un “santo subito” che diventerà fulmineamente anti-berlusconiano e girotondino nei primi anni duemila, forse con un pizzico di disinvoltura di troppo. Perché monca di un aspetto: molto probabile che Pasolini non sarebbe stato tenero con la sinistra, in quegli anni, quella «progressista e disincantata», come la chiama Mirenzi, così pacificata da non poter essere un vero argine al berlusconismo.

2- Un’omosessualità arcaica

Ma se a sorpresa manca completamente il Pasolini «icona gay» – troppo arcaica la sua omosessualità, troppo vissuta come colpa e come alterità, troppo lontana dalla concezione moderna di omosessualità, ossia ricerca identitaria verso il riconoscimento di un’intera galassia di diritti – va detto che nel catalogo di tutti i Pasolini possibili fa una figura splendida il Pasolini ciellino. «Se fosse stato a due dei nostri raduni, ci avrebbe investito di invettive, ma sarebbe diventato uno dei nostri capi». Parola di Don Luigi Giussani, convinto che Pier Paolo avesse «Cristo scritto in corpo». E se il fondatore di Comunione e Liberazione pare stesse addirittura scrivendo una lettera al poeta mai spedita per sopravvenuta morte del nostro, sarà il filosofo Augusto Del Noce «a vedere in lui – come scrive Massimo Borghesi – l’uomo della sinistra che permette di far capire la rilevanza della questione cattolica»: dimenticandosi però, chiosa Mirenzi, la “scandalosa” carnalità del poeta. Il che non è poco. Anzi, forse è tutto.

3- Il destino delle icone

Brutta bestia, la beatificazione. Finisce quasi sempre per non avere niente a che vedere con quello che uno ha pensato, scritto, argomentato. Capita spesso alle icone. L’unico modo per render loro giustizia è tirarle giù dal piedistallo. «Pasolini l’hanno trasformato in souvenir», scrive Mirenzi. Pasolini figurina colorata da vendere al supermarket, in barba a Pasolini: anche questo dice molto della storia di questo paese.

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