A Napoli si sta con chi ha vinto le primarie. O si esce dal Pd

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Valeria Valente celebra la sua vittoria alle primarie del centrosinistra per la candidatura a sindaco della città di Napoli insieme al suo staff all'interno del comitato elettorale di Piazza Bovio, Napoli, 6 Marzo 2016. ANSA/ CIRO FUSCO

Dire che Alleanza popolare non possa allearsi con il centrosinistra è prematuro e sciocco

Non entro nel merito di quanto si è verificato a Napoli e so che si tratta di eventi mai riconducibili direttamente a Valeria Valente. Io avrei fatto rivotare nei seggi contestati, non perché ho sostenuto Antonio Bassolino, ma per evitare qualunque dubbio. Al di là del rispetto di regole statutarie e/o costituzionali ma, anche in questo caso, non entro nel merito delle decisioni del partito napoletano e, se ci saranno, in quelle del Pd nazionale pur potendo non condividerle. Ma tutti gli iscritti avranno l’obbligo etico di accettarle, pur legittimamente dissentendo, e di appoggiare il candidato unico del partito. Altrimenti dovranno restituire la tessera. E più che mai questo vale per chi ricopre ruoli all’interno del Pd, nazionali o locali. Qualunque altro ragionamento non ha senso se si sta dentro un partito: si accettano le decisioni della maggioranza lottando al suo interno per produrre i cambiamenti desiderati, altrimenti si esce.

Dire che questo non è un governo di sinistra, in termini contemporanei, dopo che Renzi ha messo su un tavolo le riforme richieste da Giorgio Napolitano per la sua rielezione ed iscritto il Pd al Pse, è, anche per uno storicamente di sinistra come me, incomprensibile.

Dire che l’area complessiva di Alleanza Popolare, che intende eliminare il termine destra per noi incompatibile in una eventuale alleanza elettorale, per identificarsi in un centro riformatore, non possa essere inserita in una futura coalizione di centrosinistra non solo è prematuro ma strategicamente sciocco. Dire che Verdini e cosentiniani sono in maggioranza o entreranno in maggioranza sono tesi ed ipotesi senza senso. Ma in un Paese nel quale c’è un gruppo parlamentare che si definisce contemporaneamente conservatore e riformista obiettivamente si può dire di tutto e di più.

Nel Pd le lotte interne, le ipocrisie post-cattocomuniste, post-democristiane, post-comuniste, con correnti e correntine di potere locale e non di espressione culturale, devono essere eliminate attraverso l’acquisizione dei principi socialisti liberali invocati in un, per me, bellissimo articolo sull’Unità poco tempo fa. Così come sarà necessario chiarire il concetto di rottamazione: serve per gli inutili, per i dannosi, per gli impreparati, per gli inesperti di qualunque età, uomini e donne, non certamente per persone mature o anziane di qualità: sarebbe un suicidio demenziale.

E lo stesso ragionamento dovrà far breccia anche sul problema delle quote, uomini o donne vengono collocati nei posti chiave i migliori indipendentemente dal sesso. E a Renzi in questo momento storico-economico, complesso e pericoloso come non mai, non c’è alternativa. Ecco perché regge e deve reggere. Altrimenti produrremmo ancora instabilità che rovinerebbe quanto, piaccia o no, fatto dall’universo riformista dal 2011 ad oggi per evitare il fallimento economico-politico del nostro Paese.

Città come Milano, Roma e Napoli sono fondamentali per lo sviluppo e quindi per il Pil del Paese, al di là degli investimenti pubblici ed europei, riscoprendo Keynes e Sraffa, senza i quali gli italiani e gli altri europei nel tempo non andranno da nessuna parte: quindi Renzi si occupi anche delle primarie perché certe soluzioni e certi incontri non possono essere delegati in alcuni casi come a Napoli, dove c’è una storia politica importante da analizzare e dalla quale estrapolare il meglio, se vogliamo tentare di andare al ballottaggio e poi vincere.

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