A che punto è la sinistra

Europa
epa05387585 German Chancellor Angela Merkel reacts while delivering a statement on the results of Britain's EU referendum, at the Federal Chancellery in Berlin, Germany, 24 June 2016. Britons in a referendum on 23 June have voted by a narrow margin to leave the European Union (EU). Media reports on early 24 June indicate that 51.9 per cent voted in favour of leaving the EU while only 48.1 per cent voted for remaining in.  EPA/KAY NIETFELD

Tra Merkel e Fillon, a che punto è la sinistra europea?

E adesso che farà la sinistra europea? Angela Merkel si candida per la quarta volta e (dopo due mandati di grosse koalitione) la Spd non appare neppure come un avversario credibile. Angela farà tutta la campagna contro il populismo del nuovo partito nazionalista e dragherà i voti socialdemocratici, dando magari un po’ di ossigeno alla Linke che comunque non varcherà mai la soglia del 10-11 per cento. In Francia la sinistra (era commovente l’intervista a Marcelle Padovani su l’Unità di domenica) è talmente disperata che in tanti si sono iscritti alle primarie di centrodestra per sostenere Juppé contro il trumpista Sarkozy.

Il risultato è stato paradossale: ha vinto, anzi ha stravinto, Fillon che è una versione fin troppo seria del thatcherismo senza alcun cedimento al populismo o al lepenismo ma indigeribile per un elettorato di sinistra. Insomma, la destra si è ripresa la destra mettendo in campo un candidato credibile, capace di battere Marine Le Pen e – con i dati di oggi – la sinistra sarebbe cancellata dal ballottaggio.

Era già successo una volta quando con spirito repubblicano gli eredi di Mitterrand andarono a votare per Chirac nel 2002. Ci vollero poi 10 anni prima di riemergere. Stavolta ce ne vorranno di più se non si riuscirà a ridefinire il profilo di un partito che cinque anni di presidenza Hollande hanno azzerato. Per ora c’è un solo candidato che si sia fatto avanti, Macron, che ha un profilo di proposte che lo avvicina a Matteo Renzi, ma ha il difetto di non esser stato un (eccellente) sindaco di Firenze bensì un advisor di Banca Rothschild. Eppure, per una sinistra che almeno in parte sembrava volersi affidare a Juppé per sbarrare la strada alla Le Pen, ora che anche il vecchio conservatore laico e perbene sembra fuori gioco, sarebbe meglio cominciare col lavorare su una candidatura credibile.

Per le solite vecchie ragioni, la maggioranza socialista vorrebbe puntare nuovamente su Hollande, secondo la logica del sostegno al presidente in carica. Sarebbe una operazione debole e inutile: se i socialisti devono essere esclusi dal ballottaggio (con due candidati forti come Marine Le Penn e il Fillon uscito da primarie della destra a cui hanno partecipato 4 milioni di persone) meglio farlo riuscendo a indicare una leadership futura che restando immobili. Insomma, si tratta di uscire fuori dal meccanismo e dalle guerre che hanno segnato gli anni di Hollande e coinvolto sia la Royal che la Aubry lasciando il partito socialista senza più una leadership riconoscibile (chi conosce il nome dell’attuale segretario?

Per la cronaca è Jean-Christophe Cambadélis). Macron può essere un candidato credibile, forse qualche altra figura potrebbe uscire dalle fila del governo e forse (come è tradizione francese) dai sindaci o dai governatori. Tra meno di due settimane anche la sinistra italiana si gioca una fetta di futuro nella prova referendaria. Non mi paiono molto interessanti i retroscena su che cosa succederà con la vittoria del No o con quella del Sì. Perché spostano l’attenzione al dopo mentre l’attenzione dovrebbe essere su che cosa facciamo per vincerlo questo referendum. La lezione francese può tornarci utile: i sondaggi a Parigi avevano preconizzato uno scontro tra Sarkozy e Juppé: è finita in un altro modo.

E non solo perché i sondaggi sbagliano, ma perché sono andati a votare in 4 milioni (per la cronaca le primarie non sono una tradizione francese e ci sono state solo per la scelta del candidato socialista del 2012, votarono in 2 milioni e mezza anche allora con una affluenza inaspettata). Gli elettori (stavolta di destra) hanno spostato ogni previsione scegliendo un outsider in cui si riconoscono, un uomo tutt’altro che appariscente e dall’eloquio posato e quasi noioso. Eppure hanno scelto di decidere loro contro un candidato che piaceva (ob torto collo) alla sinistra e a uno che inseguiva il populismo lepenista. La scelta può non piacerci ma è una bella prova di democrazia e di ricerca di una identità politica. In Italia l’unico modo di guardare al referendum è quello di portare a votare gli indecisi, gli incerti: c’è un pezzo di astensionismo impossibile da scalfire ed ormai costante, ce n’è invece un altro fatto di delusione e insicurezza. Molto del futuro prossimo è affidato alle loro mani.

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