Hillary e il futuro dei Democrats

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epa05364873 US Democratic presidential candidate Hillary Clinton speaks at a campaign event in Pittsburgh, Pennsylvania, USA, 14 June 2016. Clinton criticized Republican presidential candidate Donald Trump's response to the 12 June mass shooting in Orland, Florida.  EPA/MICHAEL REYNOLDS

Alla chiamata alle armi del voto democratico incominciano ad affiancarsi i ragionamenti sul dopo

L’atmosfera a Washington, nei dintorni e dentro al Partito Democratico americano, nelle ore dell’ultimo dibattito fra Hillary Clinton e Donald Trump avvenuto la scorsa notte a Las Vegas, è ovviamente tesa e da fiato sospeso, ma c’è come un diffuso sentimento di scampato pericolo. È un sentimento moderato – che parte dall’assunto che Trump si sia fatto male da solo in modo irreversibile – espresso quando non sussurrato esclusivamente nelle conversazioni private, mai esplicitato in pubblico, però esiste e va registrato.

Non là fuori, dove la battaglia contro il populismo spinto di Donald Trump è ancora ufficialmente da vincere – e non c’è personalità o addetto ai lavori che si incontri nei luoghi che circondano Casa Bianca e palazzi del governo, che a un certo punto non citi la frase pronunciata da Obama alla convention di Filadelfia dello scorso luglio: «Don’t boo, vote», non protestate, non fischiate, votate. Ma alla chiamata alle armi del voto democratico che non risparmia nessuno – dalla prima fila dove svettano Barack e Michelle Obama coi loro discorsi e i loro video, fino giù nelle retrovie della gigantesca macchina elettorale democrat lanciata verso l’otto novembre – incominciano ad affiancarsi i ragionamenti sul dopo.

U n ipotetico dopo che, se anche dovesse vedere Hillary insediarsi alla Casa Bianca, lascia lo spazio aperto per molti punti interrogativi che partono da un presupposto, piuttosto condiviso: nulla sarà più come prima, nel bene e nel male, il dentifricio Trump è fuori dal tubetto e non li si ricaccia dentro, potrebbe rimanere così com’è o cambiare pelle, potrebbe evolversi o meno, potrebbe montare o sgonfiarsi, ma sarà lì a costringere i democratici americani a confrontarsi oggi con la stessa domanda globale che occupa i ragionamenti di gran parte delle forze politiche progressiste, modernizzatrici e liberali di governo: come si risponde a un populismo che molto spesso prescinde dai fatti e dalla realtà e che soffia sulla rabbia e sulle paure diffuse? Come si ridà credibilità all’azione di governo, anche e soprattutto in un paese come gli Stati Uniti, dove non sono bastati otto anni di politica economica espansiva dell’amministrazione Obama, che ha dato risultati tangibili in termini di crescita economica e di creazione di posti di lavoro, per spegnere sul nascere il fenomeno Trump? Domande molte, risposte definitive poche.

La sensazione è che si sia consapevoli di essere in un’epoca fluida e di passaggio e che, oggi ancora più di qualche anno fa, la ricerca della definizione di cosa debba guidare una forza di sinistra e di governo coincida con le risposte concrete che i cittadini aspettano. Mai come oggi politics e policy, politiche e politica – ragionano alcune teste pensanti vicine ai leader democratici americani – coincidono e vanno di pari passo. Mentre lo sforzo massimo di tutti è focalizzato appunto sull’elezione di Hillary Clinton, una risposta alle domande di cui sopra – cosa saranno i democratici nei prossimi anni – unendo i puntini la si può iniziare a intravedere in controluce nei messaggi e nella condivisione di punti di vista esplicitati dalla visibile sintonia fra Barack Obama e Matteo Renzi, durante la visita di quest’ultimo in occasione della state dinner di martedì scorso.

Una convinzione, quella che accomuna i due leader, che parte da alcuni assunti: il fallimento delle politiche di austerità e la focalizzazione, quasi ossessiva, su come sostenere crescita e investimenti sul futuro; il convincimento che stabilità non sia e non debba mai essere sinonimo di immobilismo, perché la sinistra o è n movimento verso il futuro o non è, anche e soprattutto quando si candida a essere forza responsabile di governo; l’idea, venuta fuori a più riprese in questi giorni italoamericani di Washington, che il pragmatismo, ovvero la capacità di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini, non sia affatto in antitesi con lo slancio ideale e il bisogno di visione a lungo termine. Corre lungo questo binario il futuro dei democratici nel mondo, a partire da quelli americani. Ora il fiato è sospeso e il pensiero di tutti in città è quasi esclusivamente all’otto novembre e a Hillary, ma il ragionamento sul dopo è vivo e aperto. E coinvolge tutti, anche l’Italia, anche l’Europa.

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