Rifondazione europea

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Paura, populismo, austerità: il contrattacco della politica

L’ Assemblea nazionale del Pd che si è svolta ieri a Roma era stata convocata all’indomani del referendum britannico sull’uscita dall’Unione europea: “Una chiara sconfitta politica” che, ha detto Matteo Renzi, non soltanto non può essere negata, ma richiede di essere affrontata con determinazione e coraggio – cioè spingendo più avanti, molto più avanti di quanto sia stato fatto finora, il progetto europeista delle origini.

Da qui l’annuncio di un nuovo vertice a tre con Angela Merkel e François Hollande, dopo quello di Berlino del giugno scorso, che si terrà simbolicamente a Ventotene alla fine di agosto. Ma fra la convocazione dell’Assemblea e il suo svolgimento – il passo della storia sembra accelerare ogni giorno, e ogni giorno farsi più spietato e feroce – c’è stata la strage di Dacca, la strage di Nizza, il mezzo golpe turco seguito dal violento controgolpe di Erdogan, e infine la folle sparatoria di Monaco.

Il senso di disorientamento delle opinioni pubbliche occidentali è evidente, la debolezza delle reazioni dei governi – tanto nella prevenzione e nella gestione dell’emergenza terrorismo, quanto nella difesa concreta dei tanto sbandierati diritti umani – è sconfortante, così come sempre più fragile, alla vigilia delle nuove presidenziali austriache e del referendum ungherese, appare la stessa impalcatura comunitaria. Come in un fortino assediato da eserciti sconosciuti quanto determinati, pericolosi quanto divisi e persino ignoti tra loro, i governi europei devono affrontare simultaneamente la grande onda populista che, a torto o a ragione, trova proprio nell’establishment di Bruxelles il nemico pubblico numero uno, e la grande onda del terrore – e poco importa se jihadista o xenofobo, se frutto di un meticoloso addestramento o di una crisi di follia – che già sta modificando il nostro stile di vita e la nostra percezione del futuro.

Sullo sfondo (ma neanche tanto) la più lunga crisi economica di sempre che stenta a concludersi, soprattutto nei paesi strutturalmente più deboli come l’Italia, e, più in generale, un senso di frustrazione se non di depressione collettiva – la spiacevolissima sensazione, cioè, che le cose non torneranno mai più come erano prima. Non è semplice per la buona politica – che vive di emozioni, ma ha bisogno di razionalità – approntare le contromisure, preparare il contrattacco, o più semplicemente arginare le armate nemiche. La propaganda populista, nazionalista, xenofoba trova nella paura – quella innescata dalla recessione come quella alimentata quotidianamente dagli attentati – il suo combustibile più pregiato: il “derby fra paura e coraggio” – co sì Renzi ha riassunto il significato delle prossime elezioni americane – si gioca in realtà ovunque in Occidente, e segnatamente in Europa e in Italia.

Renzi difende i risultati ottenuti, a cominciare dalla flessibilità: “Se si fosse applicato il Fiscal Compact così come è stato inopinatamente votato, noi oggi avremmo avuto 30 miliardi di euro in più da pagare sull’altare dell’austerità”. Non è l’unico riferimento polemico ai suoi predecessori: “Non comprendiamo – ha aggiunto il premier-segretario – le dinamiche di alcune politiche europee, frutto di errori del passato quando abbiamo consentito alla tecnocrazia di decidere tutto sulle banche, sulla finanza e sul credito”.

Il principio è lo stesso, ed è una costante del renzismo: il primato della politica non soltanto sulla finanza ma anche, e soprattutto, sulle burocrazie statali e sovrastatali come chiave per una rifondazione europea fondata sul consenso dei cittadini. Il concetto è semplice, ma la sua attuazione richiederà un impegno straordinario.

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