40 anni fa il raid fascista che uccise Luigi Di Rosa. La sorella: “Chiediamo ancora giustizia”

IeriOggi
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Il giovane studente rimasto ucciso il 28 maggio 1976 a Sezze dopo un comizio di un parlamentare del Msi. La sorella ci scrive una lettera aperta e ricorda la 6° edizione del premio nazionale di storia contemporanea dedicata alla sua memoria

20120528-08410828 maggio 1976. 28 maggio 2016. Sono trascorsi quarant’anni da quando mio fratello, Luigi, venne barbaramente trucidato a Sezze nel corso di un raid fascista per le strade della mia città. A distanza di così tanti anni, rompendo la regola di riservatezza che da sempre ci siamo imposti con la mia famiglia, mi trovo a dover gridare ancora a gran voce la mia domanda di giustizia, che non ha trovato in nessun modo ascolto dalle istituzioni del nostro Paese.

Il processo che avrebbe dovuto fare chiarezza sulla morte di Luigi si concluse in primo e secondo grado con la condanna dei responsabili dell’omicidio, mentre la Cassazione, con una sentenza assurda ed ingiusta, assolse Saccucci e ridusse le pene a carico degli altri imputati. Una farsa di giustizia che ha lasciato aperta una ferita che non potrà mai rimarginarsi. Vi invito a riflettere sui personaggi che quel 28 maggio si sono ritrovati a Sezze: avevano agganci e protezioni in alto, fin nel cuore delle istituzioni, e grazie alle complicità di cui hanno goduto si è impedito di far luce sulla vicenda, si è ridotta la giustizia ad un vuoto simulacro.

Tanto era stato ucciso uno sconosciuto di 21 anni: persona onesta, mite. In fondo un “signor nessuno” per i grandi e gli importanti. Insomma, un sacrificabile sull’altare dei giochi di potere, perché la sua morte non avrebbe alterato alcun delicato equilibrio. Ma chi era Luigi Di Rosa? La sua persona è molto più della vicenda in cui è stato coinvolto e di quanto gli è stato fatto. Era un figlio della mia terra, di una città che ha sempre fatto della cultura del lavoro e della solidarietà la sua identità. Un ragazzo timido, riservato, che quella sera era uscito per una passeggiata evitando, però, il luogo del comizio, per non avere problemi.

showimg2I nostri genitori erano persone semplici e umili. Per loro, e per me, la morte di mio fratello fu un calvario enorme, senza fine e soprattutto senza un perché. Mio padre morì appena due anni dopo. Trovava insopportabile che suo figlio gli fosse stato strappato con un atto di violenza inaudita da parte di miserabili fascisti. Mia madre ha trascinato la sua esistenza fino al 2006, consumandosi giorno per giorno in un dolore muto.

Dopo quarant’anni il mio cuore è ancora lacerato e mi ripeto continuamente una domanda: perché le forze dell’ordine presenti in piazza non sono intervenute per impedire la sparatoria ma, anzi, l’hanno consentita? Sarebbe stato sufficiente sequestrare le armi, sciogliere il comizio e accompagnare fuori dal paese Saccucci e il suo seguito per impedire l’omicidio. Invece, accompagnati da un agente dei Servizi Segreti Militari, un carabiniere di Sezze che conosceva le strade del paese, il manipolo di fascisti guidato da Saccucci ha proseguito continuando a sparare all’impazzata senza nessuna valida ragione, dato che si stavano allontanando liberamente e senza ostacoli. La verità è che l’obiettivo era di lasciarsi dietro una scia di sangue, di uccidere, e nessuno ha impedito che questo folle piano si realizzasse.

A questo punto ritengo legittimo domandare: della morte di mio fratello non è responsabile anche lo stato, oltre agli impuniti autori materiali? Ove tutto ciò non bastasse, la memoria di Luigi è stata oltraggiata anche successivamente: per lo stato italiano non è vittima del terrorismo e della violenza politica, ma è morto per caso. La domanda da me presentata al Ministero dell’Interno è stata respinta proprio con questa motivazione. Al contrario, la persona che quella sera guidava la macchina del Saccucci dalla quale sono partiti i colpi, ucciso qualche anno dopo sotto la sua abitazione, è stato riconosciuto vittima del terrorismo e risarcito.

Strano Paese l’Italia: premia i colpevoli e punisce gli innocenti! Voglio aggiungere, poi, che ad un anno dalla morte il monumento che gli è stato dedicato è stato fatto saltare in aria con una bomba, senza contare che la sua tomba è stata più volte profanata. Tuttavia, l’omicidio di Luigi Di Rosa, per le nostre istituzioni, continua a non essere classificabile come un episodio di terrorismo. Eppure qualcuno dimentica che le leggi speciali contro il terrorismo sono state approvate e sono entrate in vigore soltanto qualche anno dopo il 1976. Come si poteva imputare qualcuno di reati che, all’epoca dei fatti, non erano ancora previsti dalla legge? Ma non voglio addentrarmi oltre in simili discorsi.

Lascio ad altri più competenti ed esperti il compito di rileggere storicamente quanto accadde a Sezze il 28 maggio 1976. Nonostante le amarezze e le delusioni, la mia battaglia continua e non mi fermerò fino a quando non avrò ottenuto giustizia per mio fratello.

 

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