4 novembre 1966. Quel che mi ricordo

IeriOggi
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L’attore fiorentino ricorda l’alluvione di cinquant’anni fa

1 Nel pomeriggio, ricordo, giocai a calcio, all’oratorio. Non sembrava cosi grave. Pioveva: immaginai che come sempre, poi l’Arno calava. Ma venne notte, e non finiva mai la pioggia, con il fiume che montava: finché fu chiara la devastazione, e sigillato il termine: Alluvione.

2 Io non avevo la televisione, e anche se c’era, di notte taceva: e così mi ricordo la tensione che saliva, la radio che diceva che gonfiava. Ricordo l’ossessione infinita dell’acqua che cresceva, e il fatto di sentirsi come se fossimo dentro l’arca di Noè.

3 Poi viene la mattina, e scopri che tutta Firenze è sotto, di parecchio. Si spargono le voci: «dice che la piena ha già travolto il Ponte Vecchio… …neanche i tedeschi!…» dice. Poi non è vero, e comunque compri scopa e secchio, le scatolette e l’acqua minerale «…che quella del comune farà male…»

4 Ascoltammo il diluvio universale in radio, fermi e zitti, ora per ora: era una voce tragica e fatale, la voce della radio di allora. Controllavamo fuori quanto sale, quanto mancava alla nostra dimora: dopo due giorni di incubo e di angosce scendemmo in centro, armati di calosce.

5 E si girava col fango alle cosce e nel fango era tutto mescolato e quasi niente più si riconosce come se il fiume avesse traslocato le cose dritte diventano mosce e la desolazione da ogni lato e tutto avvolto in una melma scura che puzza di rovina e di sventura.

6 Ma dopo poco, passa la paura: nella mancanza di ogni indicazione, si rivela la fervida natura della dinamica popolazione. Ed è qui che comincia l’avventura , la famosa Epopea dell’Alluvione: che ci ha fatto vedere da vicino che cosa sia l’Orgoglio Cittadino.

7 Faceva parte, allora, mio cugino di un gruppo Scout piuttosto organizzato, e lo raggiunsi; e da San Jacopino ci movemmo in manipolo attrezzato. Era bello il Boy Scout fiorentino, quando Renzi non era ancora nato: e veloci si mossero spediti a Santa Croce, tra i palazzi arditi.

8 Nei labirinti pieni di detriti, viscere di manieri fiorentini, io mi ricordo che siamo finiti in un groviglio di tappi e tappini, a spostare dei sacchi marciti, nauseabondi come gli intestini: ed uno scout che mi stava vicino, tutt’un tratto sparì dentro un tombino.

9 Strillò come un augello, il poverino: ma per l’appunto il fango nascondeva i tombini, o magari era il destino che ci ghermiva dove ci attendeva. L’uomo e la donna, il vecchio ed il bambino si mescolava e si riconosceva: ed il destino mi portò fatale dentro la Biblioteca Nazionale.

10 Ci passavamo a mano per le scale gusci di fango in forma di volume, come se fosse quasi naturale ricevere la visita del fiume. Il Fango e la Sapienza Universale stavano nel medesimo costume: e qui nasceva la Meditazione, La Metafisica dell’Alluvione.

11 A una cert’ora c’era refezione, e si ammucchiava nello stesso posto e sullo stesso grande tavolone pane, prosciutto, e il Tasso con l’Ariosto. Eccola, la magnifica visione di tante meraviglie fuori posto: e libri, e fango, e vino ovunque giri: pareva Babilonia degli Assiri.

12 Insomma c’era un incanto, traspiri un incanto, che sembra di sognare: c’è qualche cosa nell’aria che respiri, che resta, e non si può dimenticare. In Biblioteca dormi, lavi e stiri, e si ragiona di ricominciare: severi come Dante e Brunelleschi ma scervellati come Palazzeschi.

13 E gli angeli bibliofili tedeschi, americani, inglesi. Gli eruditi, gli stranieri sapienti e principeschi, i francesini giovani ed arditi, esperti in miniature ed arabeschi… E molti codici sono spariti, in quei giorni. E sovente, la serata si concludeva in una fiaccolata.

14 Ricordo che in quei giorni fu inviata, dal nord, una “Colonna Mondadori”, annunciata da una telefonata a mio padre. Amicizie di scrittori, un padrino nel ramo, la brigata di toscani a Milano, gli editori; e diversi automezzi in formazione giunsero una mattina sul portone.

15 E non so più per che combinazione (la situazione era eccitata, strana) mi ritrovai da solo sul gippone a guidare l’intera carovana: mi persi. L’incertezza, l’emozione, o la città così diversa e strana… E chissà mai se poi sarà arrivata la carovana, e chi l’avrà trovata…

16 Vidi in Piazza Stazione un’ammucchiata di biciclette, spinte a naufragare sopra i gradini della scalinata come i rifiuti che trascina il mare. E un matto con la bocca sdentata che ci gridava: «venite a guardare! guarda le biciclette attorcigliate, fanno l’amore, sono innamorate!!…»

17 Poi mi ricordo che sono passate, nel vuoto, tre figure e tre cavalli, gente di circo. Le vesti stracciate, avevano dei drappi rossi e gialli. Camminavano come trasognate, tintinnavano zoccoli e metalli. Tenevano i cavalli alla cavezza, dirigevano verso la Fortezza.

18 Si stava in quella specie di incertezza tra sogno e veglia. Ci era rivelata, sotto lo stesso stemma di bellezza, una città diversa, rinnovata da una potente, buia giovinezza, in una varietà disordinata: il mondo come forse appare a un matto, a un cavallo, a una rondine, ad un gatto.

19 E mi sentivo stranamente adatto a camminare per questo confine, e mi sentivo vigile e distratto in quelle mattinate fiorentine. Come fossi davanti a un manufatto d’oro, d’argenti e di materie fine: col privilegio di una visione, dentro la maestà dell’Alluvione.

20 Non è soltanto la desolazione, quella che viene dentro le sciagure: ma, nel bene e nel male, l’occasione di incontrare antichissime paure. Una potenza senza compassione molto al di là delle nostre misure, che viene indifferente da lontano, dal tempo delle stelle e del vulcano.

21 E in un lampo intravedi il dio pagano, quello del tuono del fiume dei venti, indifferente all’intelletto umano, capriccioso signore degli eventi. Nell’idea di qualcosa oltre l’umano che si scatena dentro gli elementi, per un attimo appare da vicino la furia indifferente del divino.

22 Poi tutto passa, e riprende il cammino, e si torna a dividere e sfangare, celebrando nel fango fiorentino la nostra vocazione ad ordinare, il nostro fragilissimo destino di definire, di catalogare argini per tenere l’acqua viva e strade per andare alla deriva….

23 …è una traccia così definitiva, una sciagura di grande purezza, se cinquant’anni dopo ancora arriva questa buia, stranissima bellezza. Non pensavo che fosse così viva, quella Alluvione e quella giovinezza. Rendo grazie alla cronaca e alla storia, Che ha rinnovato il volo alla memoria.

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