2 ottobre, la nube nera che spaventa l’Europa

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Le elezioni-bis in Austria e il referendum sui migranti in Ungheria potrebbero minare (ancora) le basi mai così fragili dell’idea stessa di Unione Europea

Il 2 ottobre non sarà una domenica come tutte le altre. Non può esserlo per i cittadini austriaci che saranno chiamati, dopo l’annullamento delle elezioni dello scorso 22 maggio, a scegliere il presidente della Repubblica tra il verde Alexander Van der Bellen e lo xenofobo antieuropeista Norbert Hofer. Non può esserlo neppure per i cittadini ungheresi, che dovranno esprimersi, attraverso uno sciagurato referendum indetto dal governo di Viktor Orban, sull’accettazione o meno del piano di redistribuzione dei migranti già approvato dall’Unione Europea e concordato con gli altri Stati membri.

Ma non sarà una domenica come le altre neppure per tutti cittadini dell’Ue, che, ancora una volta, potrebbero essere le vittime degli egoismi dei governi e dei politicanti nazionali. Dopo il drammatico esito del voto sulla Brexit, le due consultazioni nei Paesi che un tempo formavano la colonna vertebrale di uno degli imperi più gloriosi e importanti della storia dell’umanità, potrebbero rappresentare un altro, tragico, colpo alla base mai così fragile dell’integrazione europea.

A Vienna si tornerà a votare tra il candidato indipendente Van der Bellen e l’alfiere dell’estremismo di destra Norbert Hofer, dopo che sono state riscontrate delle irregolarità nel voto per posta dei cittadini austriaci residenti all’estero. Irregolarità che hanno invalidato la vittoria di misura del primo (salutata con un sospiro di sollievo da parte di tutta l’Europa democratica) e riconsegnato le speranze di una clamorosa vittoria al candidato xenofobo. Un esito, quest’ultimo, che porterebbe ad un immediato inasprimento dei rapporti tra il governo austriaco e il resto dell’Unione, a partire dall’Italia.

La minaccia della costruzione di muro al confine del Brennero, con cui il governo popolare-socialista di Vienna aveva provato inutilmente a contenere l’avanzata della destra, diverrebbe improvvisamente realtà. E, usando un termine ormai tristemente inflazionato, potrebbe provocare quell’effetto domino che ha già cominciato a propagarsi nei Paesi dell’Europa centro-orientale, nonostante i vani tentativi di moral suasion del governo tedesco, che ha già varie volte tentato di far pesare la sua influenza sull’Austria e sui Paesi limitrofi.

Paesi limitrofi tra cui negli ultimi anni ha fatto parlare di sé, in negativo, l’Ungheria. Dove imperversa il governo dispotico e liberticida di Viktor Orban che dal 2010 a oggi ha imposto riforme volte alla nazionalizzazione dell’economia, abbandonando le politiche liberiste del suo primo esecutivo (1998-2002), scritto la parola fine all’indipendenza della Banca Centrale Ungherese, inasprito i rapporti con l’Unione Europea, allontanato qualsiasi ipotesi di entrata nell’euro, messo in discussione il concetto stesso di democrazia liberale. E soprattutto si è connotato per una politica di totale contrasto all’idea di una responsabilità condivisa dei Paesi europei nella gestione dell’epocale emergenza migranti, erigendo muri e barriere di ogni tipo al confine meridionale.

Ora la goccia finale. Un referendum farsa per mascherare dietro la volontà popolare una scelta scellerata da parte del governo, quella di non accettare il piano di redistribuzione dei profughi tra i vari Paesi membri dell’Unione Europea. “Volete o no che l’Ue possa obbligarci ad accogliere in Ungheria, senza l’autorizzazione del Parlamento ungherese, il ricollocamento forzato di cittadini non ungheresi?”. Questo il quesito a cui dovranno rispondere i cittadini ungheresi. Così posto è chiaro che l’esito del referendum, in un Paese già “bombardato” dalla propaganda governativa, sia più che scontato. E crea un precedente pericoloso, che rischia concretamente di mandare all’aria l’unico straccio di piano elaborato da Bruxelles per fronteggiare l’emergenza profughi. Una sciagura, l’ennesima.

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