Zucchero cantato per spiriti liberi

Musica
Italian singer Zucchero Sugar Fornaciari during the press conference for the presentation of his new album "Black Cat", Milan, 28 April 2016. 
ANSA / DANIEL DAL ZENNARO

L’Emilia e il Mississippi, partigiani e schiavi: il cantante parla dell’ultimo lavoro “Black Cat” e del tour mondiale che lo attende in autunno

Asei anni dall’acclamato Chocabeck, e dopo la parentesi all’Havana con La sesiòn cubana e Una rosa blanca, arriva il nuovo progetto discografico di Zucchero dal titolo Black Cat. Un album importante, da quattro stelle su cinque, forte nei suoni e forte nei testi, con una partenza mozzafiato. Tre brani di fila ad alto potenziale cominciando da Partigiano reggiano, primo singolo battutissimo dalle radio, con un lussuoso video stile western ambientato in un Saloon. Poi arriva 13 buone ragioni, con il ritornello di Sesso Rane e Rock ’n Roll, un andamento scorrevole e ritmo ancora sostenuto. Terzo brano veloce e più decisamente rock è Ti voglio sposare, con una forte presenza della chitarra elettrica, alternando potenza e orecchiabilità. C’è la chitarra di Mark Knopfler nella prima ballata Ci si arrende, sul tempo che passa e non ritorna più. Chitarra che ritorna nella conclusiva Streets Of Surrender, con testo di Bono in riferimento alla strage terroristica del Bataclan di Parigi. In mezzo altre canzoni, alcune notevoli come la sensualissima La tortura della luna e L’anno dell’amore, dove torna il ritmo. Quindi Voci, singolo uscito per il mercato straniero, e l’intensa preghiera Hey Lord, in memoria di persone che non ci sono più. Le nuove canzoni, scaturite da un periodo particolarmente ispirato dell’artista emiliano, verranno presentate dal vivo in un tour mondiale con l’anteprima di dieci serate all’Arena di Verona, la prima il 16 settembre. Il tempo di prendere fiato e Zucchero partirà per il tour europeo con l’orgoglio di due date alla Royal Albert Hall di Londra, quindi America, Australia, Nuova Zelanda e per la prima volta in Giappone.

Un tour annunciato già lo scorso novembre, come vanno le prevendite?

“Diciamo che è un tour mondiale che stiamo preparando nei minimi dettagli. Le dieci date all’Arena stanno andando molto bene come prevendita. Lo abbiamo annunciato già lo scorso novembre, con largo anticipo, perché funziona così soprattutto all’estero”.

Un album curato sia nei testi che nelle musiche, come è nato il progetto?

“Giusto chiamarlo progetto, perché io credo ancora nel valore di un album che non sia semplicemente una raccolta di canzoni. Così come lo è stato Chocabeck, questo lavoro nasce attraverso un’elaborazione di materiale vario, che unisce passato e presente. Mi sono chiesto quale suono avrei voluto ottenere, quale filo conduttore seguire per tenere insieme le varie canzoni. Avevo appena concluso una tournée nel 2014 con 38 concerti in America, compreso varie parti del sud degli Stati Uniti, mai frequentati prima. Tornato a casa mi affioravano immagini di piantagioni, di New Orleans, Nashville, Memphis e quei clubs dove ascolti musica dal vivo. Dalle piantagioni ho pensato agli schiavi e ai canti dei prigionieri, al rumore delle catene. L’immagine di colli di bottiglia che scivolano sulle corde di una chitarra scalcinata, a produrre un suono ipnotico, ma allo stesso tempo carico di tensione. Per entrare meglio in quel mondo ho visionato i film 12 anni schiavo,Il colore viola e Django Unchained di Tarantino che mi ha conquistato. La fotografia dell’album cominciava ad apparirmi chiara, occorreva tradurla in musica”.

E qui entrano in campo i produttori, tutti americani, tutti con collaborazioni di primissimo piano. Come si è deciso di assegnare le canzoni all’uno o all’altro?

“Ho preparato una quarantina di canzoni a casa, attorno al mulino dove abito, in una baracca di lamiera arrugginita, comunque isolata, che richiama quelle che si possono scorgere sul Mississippi. Ho lavorato ai provini per sei mesi, poi ho scelto i produttori in base a quello che volevo ottenere. Ho registrato le canzoni tra Los Angeles, Nashville e New Orleans, dividendole tra Don Was, Brendan O’Brien, coi quali avevo già lavorato, e T Bone Burnett, il più stravagante e che rappresentava un’incognita perché non lo avevo mai incontrato, pur conoscendo e apprezzando il suo lavoro con Elvis Costello e Elton John. A lui ho assegnato le canzoni dove avevo le idee meno chiare come arrangiamenti. In ogni caso ho seguito ogni fase di lavorazione, come so che fanno Jagger, Bono e Clapton. Loro stessi mi hanno confermato che durante la registrazione dei vari strumenti sono presenti in studio per trasmettere al produttore le loro impressioni su ogni passaggio”.

Collaborazioni internazionali eclatanti. Come si sviluppano?

“In merito al testo di Bono per Streets Of Surrender è stata una mia richiesta nei camerini alla fine del concerto degli U2 a Torino. Poco prima del concerto Bono mi ha chiesto di salire sul palco per una canzone. Ho dovuto imparare testo e accordi sulla chitarra in pochi minuti. Non nego che in quei momenti mi viene da pensare che potevo ben rimanere a casa. E’ la dura gavetta che mi aiuta, perché ne ho fatta tanta. Come quella volta allo stadio di Bologna con Eric Clapton. Le collaborazioni con gli artisti internazionali si conquistano con la stima reciproca. Con Bono, che conosco da vent’anni, è un fatto di chimica, con Sting conservo un buon rapporto, quando lo chiamo arriva senza battere ciglio. È capitato al Concerto per Viareggio a seguito del disastro ferroviario nel 2009 e al Madison Square Garden di New York. Io poi sono il padrino di sua figlia, come lo sono della figlia di Paul Young. E per gli inglesi la figura del padrino è importante, non è di facciata, è per loro tradizione un riferimento”.

Partigiano reggiano, primo singolo, esce in coincidenza del 25 aprile, proprio adatto per la Festa del 1° Maggio a Roma. Il nome di Zucchero però non è nella lista dei partecipanti al Concerto. Come mai?

“Avevamo previsto l’uscita del singolo e dell’album a maggio inoltrato, poi abbiamo anticipato di un mese, ma non mi dispiace che sia uscito a ridosso della celebrazione del 25 aprile, festa che ricorda i partigiani. Oggi c’è chi mette in discussione l’operato dei partigiani, ma io sono partito da un fatto romantico, da quello che ho sempre sentito dire dai vecchi, da mia nonna, da mio zio che è stato in un campo di concentramento in Germania, da mio padre che ha rischiato la pelle mentre varcava il confine e che si è salvato perché protetto da una famiglia di Udine. Loro mi hanno sempre parlato di partigiani come brave persone, perché hanno contribuito alla liberazione. Dobbiamo mantenere vivo questo ricordo e in proposito mi piace l’idea di far crescere un sentimento di ideali comuni tra i ragazzi, cominciando nelle scuole, allevare come i boy scout dei piccoli partigiani. Il 25 aprile un sindaco proibisce alla banda di suonare Bella Ciao? Per me rimane una delle più belle canzoni. In merito al concerto del 1° maggio io c’ero alla prima edizione nel 1990, poi ho partecipato altre volte. Ci saranno altre occasioni”.

Come vede Zucchero la situazione che si va delineando nel mondo?

“Il testo che ha scritto Bono richiama il fatto di Parigi ma è universale, dice che io non sono qui a combattere contro di te e tu puoi decidere se combattere contro di me, ma dovremo trovarci su strade di resa, e restare in pace. Poi si fa cenno a una storia antica che sembra dimenticata, ma c’era un giovane pieno d’amore nato in una mangiatoia. Il mondo sta cambiando velocemente, in Austria costruiscono barriere, in America se vincerà Trump saremo nei guai, ma chi comanda è sempre il denaro, se non sei ricco non vali nulla. I ragazzi appaiono demotivati e non si danno più da fare, ironicamente vorrei essere lo zio dei piccoli partigiani reggiani”

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