Zedda a Vendola e Fassina: non spaccate il centrosinistra

Sinistra
Il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, durante la conferenza stampa di presentazione dei programmi delle cinque Capitali della cultura italiana 2015, Roma, 10 aprile 2015.               ANSA / ETTORE FERRARI

Chissà se nei Palazzi romani di Sel e del gruppo di Fassina arrivano le voci che si stanno alzando dai territori. Forse se le ascoltassero sentirebbero una diffusa preoccupazione sulla loro scelta di rompere col Pd

Sindaco Massimo Zedda, di Sel, sarà candidato unico del centrosinistra alle prossime amministrative. Senza primarie, per acclamazione della direzione Pd. Contento?
«Molto. Ne discutevamo già da qualche mese, il lavoro è stato impostato nel Pd dopo che altre forze di sinistra (tra cui liste civiche, Rifondazione, Pci, in un panorama composito, ndr) mi hanno sostenuto. Il Pd ha cominciato la direzione, poi l’ha interrotta e infine l’ha chiusa l’altroieri con un applauso unanime per la mia riconferma».

Se lo aspettava, dato il clima tra Pd e Sel? Pochi giorni fa il suo partito assieme al gruppo di Fassina ha votato la mozione di sfiducia al ministro Boschi. La frattura sembra difficilmente componibile.
«Intanto, per quello che mi riguarda, non posso fare altro che ringraziare il Pd e dimostrarmi all’altezza della fiducia che mi è stata accordata. Il Pd si è dimostrato un partito capace di ragionare sul bene della città e su orizzonti politici anziché su esigenze di visibilità. Gli va reso atto di aver legato l’esito del voto al risultato della città e non alla bandierina sul nome di un candidato. Del resto, senza Pd non esiste governo locale di centrosinistra. Questo deve essere chiaro. Non è che è il partito portante della coalizione: se non c’è, non c’è possibilità di governo».

Sinistra italiana sembra intenzionata a rompere ovunque col Pd: da Torino a Milano, da Roma a Bologna. Sa che al momento il suo rischia di essere l’unico capoluogo in cui sarà in campo il centrosinistra a maggio 2016?
«Vediamo cosa succede a Milano. Mi auguro che la situazione si ricomponga proprio a partire dalle realtà locali. Non bisogna confondere il piano nazionale con quello territoriale. Sarebbe un errore. Anzi, proprio da quest’ultimo piano si può ragionare nella prospettiva di future alleanze nazionali».

Poche settimane fa, dopo il voto regionale in Francia, lei, Giuliano Pisapia e Marco Doria avete firmato una lettera per chiedere l’unità a sinistra. Al momento l’appello di voi sindaci arancioni però non ha risolto le tensioni tra Sel e Dem. Perché, secondo lei?
«Sì, per ora è rimasto lettera morta. Spero che le cose cambino. Il quadro di una possibile vittoria e consegna delle città alla destra e ai populismi non è ciò che auspico. Per lanciare un messaggio a Matteo Renzi dovrei perdere il Comune che governo? Non è una grande strategia. Non voglio tagliarmi la testa per fare uno sgarbo al premier».

Lei non vuole entrare in vicende nazionali, ma non le sembra che siano Sel e i fuoriusciti dal Pd come Fassina e D’Attorre a rifiutare in modo pregiudiziale l’alleanza con il Pd anche sui territori perché è all’opposizione del governo?
«Il nostro appello, infatti, andava in questa direzione. Era rivolto a Sel per invitarla a una riflessione e a un ripensamento. Nelle realtà locali siamo abituati a confrontarci con il Pd nella coalizione, guardando i programmi di governo per la città. Cosa c’entrano allora i bolognesi, i torinesi o i milanesi con il governo nazionale? Quanto abbiamo fatto a Cagliari può essere replicato senza imbarazzi. Non sono stati violati principi inviolabili».

È ancora ottimista?
«Sì».

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