Zanone, addio a un vero democratico

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Intervista a Francesco Rutelli: “Cinquant’anni di passione politica vissuta tra la prima e la seconda repubblica”

«Un uomo di grande cultura, autoironico, lucido e disincantato, laico e laicista». Francesco Rutelli ricorda con queste parole Valerio Zanone, scomparso ieri mattina nella sua casa romana a 80 anni, dopo aver lottato con la malattia.

Cinquant’anni di vita politica attraverso la prima e la seconda Repubblica, è stato lo storico segretario del Pli, più volte ministro con i governi Craxi, Goria e De Mita. A chi gli chiedeva se avesse rimorsi, rispose sì. Uno c’era: «Nel 1993 ero presidente del Pli: non sono riuscito a distaccarlo dalla consorteria che lo trascinò nel tracollo». E quando i partiti della prima Repubblica implosero sotto i colpi di Mani pulite lui non ebbe mai dubbi, «scelse il centrosinistra», sottolinea Rutelli. Prima l’esperienza dell’Ulivo con Romano Prodi, poi la Margherita con Rutelli, Zanone vide con dolore pezzi del suo partito aderire a Forza Italia. In un suo contributo per la Fondazione Luigi Einaudi, dal titolo «Il liberalismo alla soglia del millennio», Zanone sottolineava: «La qualità sociale, e non solo economica, del sistema di mercato richiede una cornice di regole finalizzate a: ampliare al maggior numero possibile di soggetti l’accesso al mercato; assicurare la trasparenza dei comportamenti in modo che fra produttori e consumatori sussista parità di informazione; impedire l’abuso di posizioni dominanti e garantire la libertà di concorrenza; sostenere la “cultura del mercato” evidenziandone gli aspetti moralmente apprezzabili quali la lealtà negli affari, l’assunzione di responsabilità, il rischio dell’iniziativa; ricondurre all’interno del calcolo economico il costo delle esternalità ambientali».

Rutelli, tra le sue volontà, Zanone ha chiesto che sulla sua lapida si scriva una sola parola: liberale. Partiamo da qui.
«Valerio Zanone era un uomo coerente, lo è stato per tutta la vita. Liberalismo e democrazia sono due parole che non sempre si associano: lui ha lottato affinché “liberale” non fosse (automaticamente) associato a “destra”. Riteneva, da questo punto di vista, la sua traiettoria la più integra rispetto al pensiero liberale».

Lei quindi aggiungerebbe democratico?
«Mi sembra la definizione più giusta per Valerio Zanone, perché al di fuori della sua battaglia, questa associazione tra i due termini non si può dire che sia così scontata. Il Liberalismo ha conosciuto una biforcazione profonda: da una parte il pensiero liberale democratico, dall’altra quello legato alle destre. In Francia Libéral vuol dire destra liberista, negli Usa vuol dire la sinistra del partito democratico. In Italia se nel XX secolo ha prevalso il liberalismo che si rifaceva a Montesquieu e Tocqueville, che affermava la divisione dei poteri e i diritti individuali, distinguendosi rispetto ai totalitarismi di sinistra e i fascismi, nel XXI secolo non ha vinto perché non ha saputo affermare un proprio pensiero nel mondo in cambiamento, rispetto a questa divaricazione».

In Italia molti liberali sono andati in Forza Italia.
«Con la fine della prima Repubblica , quando è nato il sistema maggioritario, i partiti che formavano le quattro famiglie politiche di governo – DC, PSI, PRI e PLI – si sono sdoppiati: una parte è confluita nel centrodestra e un’altra nel centrosinistra. Zanone non ha mai avuto dubbi, ha scelto il centrosinistra. Era un uomo schierato per i propri valori, con una visione moderna della regolazione del Pubblico. Era un convinto sostenitore della linea, poi consacrata dagli economisti dopo la terribile crisi del 2008, che la mano del Pubblico sul mercato è invisibile semplicemente perché non esiste, mentre per il liberalismo deve esserci una regolamentazione rigorosa, trasparente, perché le forze del mercato creino ricchezza, senza trasformarsi in monopoli o moltiplicatori di brutali ineguaglianze».

Quando lo ha sentito l’ultima volta?
«Mi ha telefonato qualche settimana fa, era molto preoccupato, direi angosciato, per le sorti della Fondazione Einaudi: non voleva che venisse finanziata dal Silvio Berlusconi, ma preservarne la libertà e tenerne lontana la destra italiana, che considerava anti-liberale. Ma l’ultimo contatto tra di noi c’è stato, attraverso sua figlia, il giorno in cui ho scritto sul Corriere della Sera un articolo in occasione del novamentsimo anniversario della chiusura de “La rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, su disposizione di un decreto emesso da Mussolini. Zanone ha condiviso quelle considerazioni anche per il momento particolare che stiamo vivendo: la chiusura della rivista di Gobetti è una vicenda tutt’altro che remota, alla luce di quanto sta avvenendo anche in Europa. Assistiamo infatti a nuove repressioni della libertà di espressione e del pluralismo politico, pensiamo all’Ungheria. E a un’esplosione di fondamentalismo religioso violento, con l’obiettivo di assoggettare al credo religioso lo Stato di diritto e le libertà democratiche. Temi che Zanone sentiva molto forti, con grande preoccupazione».

Zanone laico e laicista, lei cattolico. Ci sono stati momenti di scontro durante il periodo della Margherita, soprattutto sui temi eticamente sensibili?
«Scontro mai, confronto sempre. Zanone ha rivendicato la sua laicità e il suo laicismo e li ha entrambi difesi pubblicamente. Per questo il suo contributo, come quello di Antonio Maccanico, nella Margherita è stato fondamentale. La Margherita è stato un laboratorio di riformatori liberali e cattolici, rivelatosi poi determinante per il pluralismo del Partito democratico. Zanone fu fondamentale per scrivere la carta dei valori e dei principi della Margherita. Per lui il laicismo era portatore di un messaggio positivo, non estremizzato. Ci ha sempre aiutato a trovare una sintesi, un equilibrio tra posizioni a volte distanti senza mai prevaricare chi aveva punti di vista diversi dai suoi».

Uno sforzo che andrebbe fatto anche sul Ddl Cirinnà tra chi oggi, dentro e fuori del Pd, ha posizioni parecchio lontane.
«Tutta la sua traiettoria politicoculturale, dalle campagne per il divorzio assieme al Partito Radicale – la sinistra liberale, del resto, era la matrice comune – è stata marcata da un liberalismo europeo, fondata sui diritti di libertà. Credo che la nuova legge per le unioni civili, che va finalmente approvata dopo il dibattito che la sta migliorando in Parlamento, vada intestata anche a questo pensiero di Zanone».

In un’intervista qualche anno fa disse che si era sentito messo da parte dalla Seconda Repubblica. Una rottamazione ante litteram. Con lei aveva parlato di questo?
«Aveva un grande humor, faceva constantemente ironia su stesso. Consapevole delle sue grandi qualità, è stato uno dei pochi politici che ho sentito tante volte scendere dal suo piedistallo. Era uno di coloro che sapeva di essere in minoranza, era lucido e disincantato, efficacissimo nelle conferenze, di grande rigore culturale. Sapeva di aver avuto una lunga vita politica e grandi intuizioni. Si battè tenacemente per l’antitrust, fu il ministro che firmò la legge istitutiva del ministero dell’ambiente, che di fatto fondò anche in termini organizzativi, aveva una visione proiettata in avanti, pensò i parchi, le aree protette. Come ministro dell’Industria, nel 1986, ha organizzato la Conferenza nazionale dell’energia sulla questione del nucleare. Era espressione di quella borghesia italiana consapevole e attenta a temi che a lungo sembrava interessassero solo pochi “eccentrici”. Dei “pazzi malinconici”, come scriveva di sé Ernesto Rossi, l’europeista liberale progressista che fu tra i fondatori del Partito Radicale. Per questo volemmo lui e Maccanico, tra quanti rientrarono in Parlamento nel 2006.».

Un borghese legato alla sua città, Torino, in cui ha lasciato un segnale profondo, come sindaco.
«Viveva da anni a Roma, in campagna, sulla Cassia. Ma il suo legame con Torino è sempre rimato fortissimo. Era permeato dalla cultura di quella città, come Gobetti, come Einaudi, guida del liberalismo democratico. E continuava a guardare con grande attenzione a tutto ciò che si muoveva in città, sperava in una nuova generazione capace di prendere in mano Torino per darle una visione, una proiezione nel futuro. Non ha mai smesso di seguire con passione la politica e le grandi questioni civili, istituzionali, economiche legate ai nuovi equilibri che la globalizzazione sta creando»

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