Visco: “Con lui siamo entrati nell’Euro, ma difendendo i lavoratori”

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«Il suo lascito più importante è il recupero dell ’identità nazionale»

Vincenzo Visco ha fatto il ministro del governo Ciampi per 4 giorni. Ma dopo, da ministro delle Finanze del primo governo Prodi e poi D’Alema, ebbe una lunga esperienza politica e umana con il presidente appena scomparso, il quale allora sedeva alla scrivania di Quintino Sella a Via XX Settembre.

«Insieme abbiamo fatto l’euro, e fu una grande esperienza. A me toccò il ruolo più impopolare, quello dell’eurotassa, che poi restituimmo in parte. Ma fu l’unica tassa che gli italiani pagarono con piacere».

Un ricordo caldo, emozionante, empatico, quello di Visco, di un uomo «di gran fascino e carisma, di grandi capacità e intelligenza: era più di un grand commis, è stato un padre della patria, oltre che un grande amico per me».

Era più un tecnico, o più politico?

«Fin da giovane aveva militato nel partito d’Azione, aveva sicuramente una forte sensibilità politica. A quei tempi fare il governatore di Bankitalia significava fare un tirocinio politico di alto livello. Passare da Via Nazionale a Palazzo Chigi e poi a Via XX Settembre per finire poi al Quirinale, significa fare una carriera a 360 gradi. In ogni caso era una persona di grande cultura (era laureato in filologia romanza e poi giurisprudenza alla Normale), grande sensibilità, grande prudenza».

Prudenza dice?

«Certo, la prudenza serve a non fare errori. E lui aveva una capacità di leadership eccezionale, era molto carismatico. Aveva una dote speciale: era sempre calmo e estremamente sereno. E aveva la capacità di trasmettere la calma agli altri. Pur essendo un governatore di Bankitalia monocratico (oggi la legge è cambiata), lui lavorava sempre in modo collegiale, faceva crescere le persone che lavoravanocon lui,eaveva unasquadra di prim’ordine in Via Nazionale».

Ha un ricordo particolare della sua esperienza di governo con lui.

«Avemmo fin da subito una collaborazione strettissima, lavoravamo in sinergia e facemmo cose incredibili. Quando entrammo nell’euro, lui usò la sua grande autorevolezza a livello internazionale, io mi assunsi la responsabilità dell’eurotassa».

Cosa aveva di «sinistra»?

«Essere del partito d’Azione basta e avanza per essere di sinistra. Mi ricordo ancora che in un cdm si pose il problema della richiesta dei Savoia di poter rientrare in Italia. Io e lui fummo gli unici a votare contro: lui ricordava bene l’8 settembre e la fuga del re». Oggi molte scelte fatte da Ciampi vengono giudicate datate, come il patto per la concertazione. E anche sull’euro «piovono» critiche.

«Senza quelle scelte l’Italia sarebbe andata in default almeno un paio di volte. Ciampi aveva molta credibilità a sinistra e nel mondo sindacale. Era amico intimo di Trentin, con cui condivise gli anni del partito d’Azione, e anche di Natta. Aveva un’autorevolezza in quegli ambienti che gli permise di portare avanti una strategia vincente».

Che significò però moderazione salariale per i lavoratori.

«Significò difesa del potere d’acquis to con strumenti non inflattivi. I salari venivano adeguati ex post. Ricordo che avevamo un’inflazione galoppante e interessi sul debito sopra il 10%. Con un modesto aggiustamento cambiammo le aspettative sull’Italia, portando gli interessi vicino a quelli tedeschi. E in più risanammo il bilancio. Quando arrivò Berlusconi il surplus primario era al 5%: se si fosse andati avanti su quella strada, la storia sarebbe stata diversa: il debito avrebbe potuto scendere sotto il 100% in pochi anni, come ha fatto il Belgio che partiva peggio di noi».

Eppure oggi l’attacco all’euro è forte.

«L’euro di Ciampi era ben diverso da quello che è diventato oggi. I patti erano diversi: l’idea era di approfondire la convergenza, di arrivare al bilancio europeo. Dunque alla convergenza politica: quella era la strada. Ciampi ha sempre insistito sull’idea di integrazione. Dopo le coordinate sono cambiate: sono arrivati i governi di centrodestra e hanno preso un’altra strada, sull’onda del neoliberismo montante. Ora si vedono i frutti di quelle scelte. Come moneta comunque l’euro funziona: molti scambi internazionali si fanno in euro».

L’altro punto critico riguarda le privatizzazioni avviate in quegli anni.

«Quello era un passo obbligato: c’erano gli accordi già fatti tra Andreatta e Van Miert. Bisogna ricordare l’Italia di quegli anni, con tutte le banche pubbliche e metà imprese in mano allo Stato. Che questo dovesse cambiare era nelle cose ».

Il lascito maggiore di Ciampi?

«Credo che sia il recupero dell’identità nazionale, il tricolore, il suo lavoro come presidente del comitato per i 150 anni dell’Unità d’Italia».

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