“Più investimenti meno bonus”. Parla Vincenzo Visco

Lavoro
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La diseguaglianza è l’effetto del sistema liberista nato con la fine del paradigma keynesiano. Da allora la sinistra perde: ora cambiare modello

La questione sociale? Il tema è gigantesco, non riguarda solo l’Italia ma dinamiche globali innescate fin dagli anni ‘80, ed è stato da allora che la sinistra ha iniziato a perdere. Parte da qui la riflessione di Vincenzo Visco, più volte ministro nei governi dell’Ulivo e oggi alla guida della Fondazione Nens, che tra un paio di mesi «sfornerà» un Manifesto sulle diseguaglianze. «Dobbiamo discutere, dare segnali alle persone che qualcuno si occupa di loro – dichiara Visco – tenendo presente che il problema centrale sono le classi medie impoverite, le quali si radicalizzano e vanno a destra. Sta accadendo quello che successe in America negli anni ‘30 con la grande depressione, solo che allora l’America rispose con Roosevelt, oggi con Trump, che non offre soluzioni ma solo imbrogli». Molto si può fare, ma serve uno sguardo lungo, che la politica ha perso per rincorrere i nuovi demagoghi. E soprattutto, uno sguardo nuovo, che purtroppo è mancato all’ultimo governo Renzi.

Perché risale agli anni ‘80?

«Perché è stato allora che finisce il paradigma keynesiano (che pur avendo ottenuto moltissimo, con 30 anni di crescita e di ricchezza diffusa, era finito in una forte inflazione) e si passa alla visione del liberismo, delle privatizzazioni, dell’autonomia delle banche centrali, della speculazione e dell’in – debitamento. Attenzione, non si tratta di libero mercato (che io condivido), ma di un mondo che in realtà produce il contrario del mercato: monopoli e concentrazione di potere, speculazione finanziaria. E dunque diseguaglianze. È il modello in cui le grandi banche d’affari comandano su tutto, in cui non vale il principio un uomo un voto, ma un dollaro un voto. Questo è l’antefatto da cui partire per capire come andare avanti. Questo modello non funziona non solo perché produce crisi finanziarie, ma perché produce impoverimento ».

E allora?

«Allora bisogna cambiare modello di sviluppo, che non vuol dire rinunciare alla globalizzazione, ma di evitare le sue distorsioni, come ad esempio la circolazione dei capitali a breve, che ha consegnato alle banche d’affari un potere assoluto. Mi sorprende come i teorici del mercato non siano preoccupati delle concentrazioni di ricchezza e anche di potere in atto. E ricordo che la prima mossa di Roosevelt fu contro i monopoli».

Questa è la diagnosi, ma la cura?

«Bisogna capire che la diseguaglianza ha vari livelli. Quello più importante è la distribuzione del valore aggiunto a monte e non la redistribuzione a valle. Noi siamo passati dal mondo in cui il valore veniva redistribuito, con una classe media beneficiaria del valore aggiunto creato, a un mondo in cui i profitti sono a beneficio quasi esclusivo dei manager. Dunque la questione sta nel funzionamento interno delle imprese, nei criteri delle retribuzioni dei manager, nei rapporti interni con il sindacato. Solo dopo si possono affrontare gli effetti a valle, ma più che le tasse qui ha molta importanza il welfare. In ogni caso, è vero che la povertà è un tema importante, ma è importante anche come sostenere i redditi medio-bassi. Finora abbiamo avuto un’alleanza tra classi ricche e poveri, mentre la socialdemocrazia tiene presente sia l’esigenza dei poveri che il ceto medio. Una forte classe media è stata la conquista socialdemocratica».

E in Italia da dove partire?

« L’Italia ha forti peculiarità rispetto al resto del mondo: cresce meno, ha avuto una recessione fortissima, il ceto medio si è impoverito in modo drammatico. La risposta sta nel riprendere il sentiero della crescita. Ora, l’ispirazione del governo Renzi è rimasta in una visione mainstream, con l’economia dell’offerta, la riforma del mercato del lavoro con più flessibilità senza rendersi conto degli effetti sul fronte dei poteri interni all’azienda (e qui non parlo dell’articolo 18 di cui non ho mai fatto una bandierina), ma il tema è avere corpi intermedi in grado di intervenire a monte. Si è proseguito con lo slogan meno tasse meno spese, nella convinzione che poi il mercato sarebbe ripartito. Ma questo non è vero. Se Renzi avesse fatto una politica economica diversa, pur nell’ambito dei vincoli europei, avrebbe ottenuto una crescita maggiore di oltre due punti percentuali».

Quale politica?

«Una politica di spesa pubblica oerientata agli investimenti ad alto moltiplicatore. Questo avrebbe sicuramente funzionato meglio che i bonus fiscali. C’è stato un errore di politica economica, e una disattenzione alle dinamiche effettive dell’economia mondiale».

Eppure il governo ha varato i piani di edilizia scolastica, ha investito le risorse per il Mezzogiorno.

«Tutto sulla carta. Si sarebbe dovuto creare un pool di studiosi per capire dove effettivamente stanno gli imbuti che non consentono di passare dai progetti alle opere effettive. Non è inevitabile che con procedure rapide e progetti (che spesso mancano) programmi di spesa si possano tradurre immediatamente in attività operative. Quello che serve davvero è aumentare di mezzo punto l’anno la spesa per investimenti per almeno tre anni».

Bastano le opere?

«Gli investimenti pubblici hanno il duplice effetto di creare lavoro subito e dotare il Paese di infrastrutture efficienti anche per le imprese. L’altro problema della diseguaglianza è l’ille galità diffusa, come l’alta evasione, tema su cui il governo continua a dire di aver fatto una lotta dura, ma io sinceramente non la vedo. Un altro punto è la lotta alla criminalità e il controllo del territorio ».

E il rapporto con l’Europa?

«In Europa ci sono molti dossier lasciati colpevolmente chiusi. Come ad esempio la tassazione delle multinazionali a livello europeo, su cui ho fatto una proposta una ventina d’anni fa e non se n’è fatto nulla. Così come il problema dei paradisi fiscali: è inaccettabile che debba essere l’Authority sulla concorrenza a intervenire sulla Apple. Insomma, i veri temi europei sono questi».

E l’austerity ?

«Io penso che la Germania abbia sbagliato tutto: ha fatto una politica di potenza che ha fatto male ai tedeschi e agli europei. Detto questo, noi abbiamo reagito con la polemica e non con la strategia. Chiedere margini dello 0,2 per spenderli in bonus ha ridotto la nostra credibilità. Invece di stare dietro a Schaeuble per due anni, avremmo dovuto difendere la Grecia e fare una battaglia politica».

Sul welfare da dove partirebbe?

«Sicuramente serve una legge contro la povertà, e serve anche di cambiare alcuni strumenti (la cig ad esempio è inefficiente e iniqua). Ma non bisogna mai dimenticare che i lavoratori nel cambiamento vanno assistiti. Insomma, in questo campo c’è bisogno di politiche di medio periodo, da costruire con il dibattito e la riflessione. I temi sono complessi e vanno capiti, invece ci ritroviamo con i cantori del mercato contro i pauperisti e demagoghi che sventolano il reddito di cittadinanza. La politica del consenso immediato non aiuta. Noi del Nens speriamo di contribuire con i nostri studi, perché la sinistra deve dire ai cittadini che c’è qualcuno che pensa a loro».

 

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