Virzì: “Così Scola ha nobilitato la commedia italiana”

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Il regista parla dell’amico: “È stato un gigante. Quando lo conobbi ero un pischello e lui mi prendeva in giro per come mi vestivo”

“Ettore Scola voleva molto bene a l’Unità”. Eh già, quante volte nella storia del nostro giornale ha manifestato il suo affetto per questa testata, scrivendo anche di suo pugno. “Oggi farò due cose che vanno un po’ contro i precetti di Ettore, ma non posso proprio farne ameno”, racconta Paolo Virzì, che iniziò trent’anni fa la sua gavetta cinematografica a Roma sul set de La famiglia e che col tempo è diventato suo amico. “Ettore Scola era refrattario alla retorica, la sua dolcezza malinconica lo portava a non usare mai frasi iperboliche. Ma oggi a me vengono in mente solo parole grandi per lui: è stato semplicemente un gigante del cinema italiano, un maestro impareggiabile. E poi, quando scompariva qualcuno, tendeva a non parlare di sè (“io l’ho visto”, “quando l’ho incontrato” ecc…), anche in questo caso non posso fare a meno di dire quanto fosse importante per me, averlo amato, averlo avuto come amico per me è stato un grande onore”.

Paolo, quando vi siete sentiti l’ultima volta?

“Venerdì. Voleva che firmassi il ritratto che gli avevo fatto… Sbrigati però, mi ha detto, mi è rimasto poco tempo. E io ho riso, pensavo fosse una battuta. Invece… Oggi avremmo dovuto vederci, lo avevo invitato per una proiezione in anteprima del mio nuovo film. Quando ho saputo della sua morte, ho urlato. Mi scuso con l’amico Ettore se parlo di qualcosa di intimo, ma il suo affetto per me e per un gruppo di altre persone è sempre stato grande. Credo di dovergli tanto, non solo dal punto di vista professionale, gli ho rubato molto…”

Ma chi era Ettore Scola?

“È stata una figura fondamentale del nostro Paese, ha dato un’anima alle storie, anche alla borghesia, con il suo modo di prenderla in giro. È sempre stato dalla parte dei più deboli. Iniziò come sceneggiatore (de Il sorpasso, per esempio), disegnatore satirico e solo dopo come regista. E lo faceva sempre con quell’aria di chi non prende mai sul serio il proprio mestiere. Quando girava un film era come se dicesse “ma si, facciamola questa mascalzonata”. Aveva la cifra tipica di quel gruppo di persone che molti anni fa mi accolsero a Roma. Ero un pischello raccolto da Fulvio Scarpelli a Livorno. Ettore mi sfotteva, mi prendeva in giro per il mio modo di vestire, ma per me quel prendermi in giro era un regalo, una gioia. Assistevo alle riunioni del film La famiglia“.

Il suo contributo più importante quale è stato secondo lei?

“Aver nobilitato la commedia facendola diventare qualcosa di importante. Ha conferito un animo nobile ai subalterni, li ha abbracciati, con affetto e ironia. Abbiamo un debito immenso verso di lui. Credo che i film di Ettore Scola andrebbero studiati a scuola, assieme a Svevo o a Manzoni. Con la sua grazia ed eleganza era capace di girare film divertentissimi e film più dolenti come Una giornata particolare. C’era in lui una convivenza di libertà irriverente, umoristica e nello stesso tempo sentiva il senso della responsabilità (l’impegno politico, l’attenzione ai giovani, il sostegno per esempio che aveva dato ai ragazzi del Cinema America ecc.. )”.

Era una persona buona.

“Era buono, ma lo aveva tenuto nascosto dietro la maschera dell’ironia. Negli ultimi anni ha calato la maschera”.

Si sentiva solo?

“Credo di sì. Non aveva più molti amici con cui litigare. Negli ultimi anni ha tirato fuori la sua natura, la pietà, il garbo, l’eleganza. Da ragazzo di bottega sono diventato suo amico e per me è stato un grande privilegio”.

Cosa le diceva dei suoi film? Se c’era qualcosa che non gli piaceva come glielo faceva capire?

“Me lo diceva, in modo affettuoso, ma era molto schietto. Ci saremmo dovuti incontrare oggi. Gli avrei fatto vedere il nuovo film, avremmo chiacchierato. Come sempre”.

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