Vede solo ombre. Ma Simone Salvagnin non rinuncia a Parigi

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Simone Salvagnin

Intervista all’atleta azzurro di arrampicata sportiva – affetto da retinite pigmentosa da quando aveva 10 anni – che parteciperà ai mondiali di paraclimbing: “L’attività fisica è fondamentale. Solo così non lascio assopire gli altri sensi”

Simone SalvagninVede solo sfumature di grigio, ombre e sagome. La luce solare lo abbaglia e da qualche mese nelle sue passeggiate si fa accompagnare da Cora, il suo cane guida, una femmina di Labrador. Ma a Parigi non rinuncerà. Dal 14 al 18 settembre prossimi sarà nella capitale francese per partecipare al Campionato del mondo di paraclimbing.

E’ Simone Salvagnin, nato nell’84 a Schio, in provincia di Vicenza, affetto da retinite pigmentosa – malattia degenerativa, diagnosticata quando aveva tredici anni – atleta della nazionale italiana di arrampicata sportiva e rappresentante degli atleti nella commissione internazionale paraclimbing IFSC (international federation sport climbing), che ha vinto due medaglie, d’oro e di bronzo, ai mondiali di Arco 2011 (categoria paraclimbing non vedente) e che da qualche anno si sta preparando per il grande appuntamento.

Seguito da Luca Montanari, guida alpina, Alessandro Biggi, allenatore, e dal campione spagnolo, Patxi Usobiaga, si allena sei giorni su sette e per cinque ore ogni giorno.

“Farò di tutto per vincere – afferma – e, comunque vada,  me ne tornerò tra le mie montagne, le piccole Dolomiti, quelle tra cui sono cresciuto e che mi hanno sempre incoraggiato alla sfida. Anche se molto devo a mio zio, alpinista, e ai miei genitori, che mi hanno spinto da piccolissimo a provare tante esperienze sportive, in modo da poter allargare il più possibile gli orizzonti della mia fisicità”.

A dieci anni, Simone ha cominciato ad avere problemi alla vista.

Simone Salvagnin“Solo tre anni dopo – racconta – ho scoperto che si trattava di una malattia degenerativa e lo stesso anno ho perso mio padre, in soli quattro mesi, per un male incurabile.  Sono caduto in una depressione profonda, che mi ha costretto ad abbandonare lo sport. Ricordo quel periodo con grande amarezza. Fino a quando non ho scoperto la musica. Prima chitarra e sax, con lezioni individuali, poi le percussioni, africane e cubane, vibrazioni basse.  Ho riscoperto la fisicità e, soprattutto, la possibilità di scaricare le mie frustrazioni. Ho iniziato a sentire il mio corpo in modo diverso. Per anni ho provato a fuggire da me, dai miei limiti, e sofferto di attacchi di ansia. La musica mi ha insegnato a restare. Non ho più avuto paura di toccare la mia profondità. Da quel momento ho ripreso a fare sport (arrampicata, sci alpino, corsa, atletica e tandem mountain bike, nuoto, parapendio), a vivere la montagna e ad arrampicarmi”.

Ma a fargli provare la bellezza della dimensione fisica, non c’è stata solo la musica. Dopo aver studiato fisioterapia e massaggio, Simone ha lavorato come massofisioterapista all’ospedale di Schio. Oggi continua a suonare, promuove eventi culturali e sportivi, collabora al progetto Emozionabile e lavora per l’Ufficio comunicazione di Montura, un’azienda che produce abbigliamento tecnico sportivo. Spesso tiene corsi ai bambini e  ragazzi nelle scuole elementari e medie. A loro racconta come è riuscito a recuperare l’autostima e a prendersi qualche rivincita.

“A Schio –spiega –  in pochi sapevano della mia malattia. Per tanti anni sono stato considerato un personaggio strano perché, non vedendo, sbattevo contro le vetrine dei negozi. Hanno saputo della retinite solo quando ho fatto la mia prima grande esperienza”.  Nel 2010, con Dino Lanzaretti, Simone ha realizzato il progetto “Verso dove non so”, percorrendo in cinque mesi quasi 9000 chilometri in tandem dall’Italia all’Uzbekistan. E in completa autonomia.

Simone Salvagnin“Dopo quella prova – aggiunge – fatta con uno che avevo conosciuto solo quattro mesi prima di partire, ho scoperto che il desiderio di vivere in modo intenso, fisico, era più forte della paura di farmi male. E non mi sono più fermato. Sono seguite altre esperienze. Ad esempio nel 2012 ho attraversato in tandem il Sud America, dall’Atlantico al Pacifico”.

Per Parigi? “Ci conto – afferma – ma se non vinco, va bene lo stesso. Per me l’agonismo è solo l’effetto collaterale gradito di quello che faccio. Certo, sto facendo sacrifici, allenarsi quasi tutti i giorni è pesante, ma se non porterò a casa l’oro, sarà stato, comunque, bello aver partecipato. E poi potrò sempre perdermi tra le mie montagne. La fatica, si sa, ti costringe a liberare la mente. E per me è fondamentale avere una continua attività fisica. Solo così non lascio assopire gli altri sensi. Sotto sforzo i miei pensieri mi appaiono più limpidi e riesco a concentrarmi molto meglio. Lo sport, come la musica, è una sorta di meditazione attiva, che mi aiuta a prendere più coscienza di me nello spazio, fino a riuscire a dimenticare completamente il mio limite. Oggi non potrei più farne a meno”.

Simone è anche portavoce della Carta dei diritti dei disabili Onu dal 2010.

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