Vasco Rossi: “Che sballo suonare alle feste dell’Unità”

Dal giornale
Un momento del concerto di Vasco Rossi allo stadio Dall'Ara di Bologna, 22 Giugno 2015.ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Intervista al Komandante. Che ricorda
 gli esordi e racconta il valore dell’onestà: 
bisogna confessarsi al pubblico

Morirò rock, ama ripetere Vasco da tempo, sgranando gli occhi e agitando all’unisono le braccia come vuole il suo personaggio, epico e gigione al contempo. E se il rock è mito, gioco, esasperazione, tormento, energia, in una parola, cliché, allora l’inizio del suo ultimo spettacolo negli stadi è da manuale della perfetta rockstar: quando si alzano imperiose le note di Shostakovic e otto giganteschi led multicolorati si piazzano davanti alle orde che lo aspettano adoranti. Difficile rimanere freddi di fronte ad una tale gigantesca manifestazione di sé, quando quel sé è l’unica voce capace di darti una direzione, una scossa, un senso. Anche se, tutti là sotto lo sanno a memoria, “un senso non ce l’ha”.

Lui ci gioca da metà anni Novanta, da quando ha conquistato gli stadi, primo italiano a riempirli, e il gioco riesce bene: è uno come te, ma è lontano da te, ti rappresenta ma sta a distanza su quel palco. Perfetto. Eterno. Perché se “grande truffa del rock” (come dicevano i Sex Pistols), deve essere, allora lo sia fino in fondo, con l’immedesimazione (il “siamo solo noi” ma di fatto lo siamo tutti), con il rito laico, le processioni da tutta Italia, le reliquie riportate a casa: un pezzo di prato, la fascetta, le foto, l’esserci stati, la gita.

Lui è lì, nel centro, lo schermo puntato su quegli occhi cerulei. Lui che si dichiara “innocente”, parola chiave dell’ultimo disco. Come dargli torto? Le sue scorribande con le droghe di decenni fa le ha ampiamente pagate, niente a che vedere con l’andazzo di un Paese dove dentro e fuori il Parlamento nessuno può scagliare la prima pietra. Ma che cosa è davvero il rock? «Il rock è una musica senza mezze misure – giura il komandante – O è canzone struggente, dolcissima, o è roba violenta, spietata. Il rock è Mick Jagger che qualsiasi cosa accada sul palco, lui neppure si gira e se ne va. Io sono andato a lezione da lui, credi che sia nato così? Io ho studiato da rockstar!».

Vero, Vasco. Ma il rock non era anche evoluzione, coraggio, “sberleffo”, come dici tu? O ci dobbiamo accontentare dei Vasco, degli Stones, degli Who anno di grazia 2015, ovvero dei giganti che recitano benissimo una parte già scritta? Diciamolo: in questo Vasco innocente non lo è; perché se il suo mestiere è il rock, da almeno due decenni abbondanti ha abdicato ad una delle sue leggi fondamentali. Il suo romantico qualunquismo, quello che fa cantare all’unisono gli stadi, è da anni complice di un’Italia ammansita, che aspetta ciò che vuole, che conosce, che ripete. Rassicurante come la coperta di casa, più che liberatorio.

Rimane l’onestà, perché Vasco lo è, non ci prende in giro, lo giura, l’onestà sta alla base del suo pensiero-unico: « Nelle canzoni dico la verità, a costo di spogliarmi di fronte a tutti. Dico cose che non confesserei al mio migliore amico. Altrimenti non è vera arte». Già. E qui Vasco comunica, arriva, perché è davvero l’amico di tutti, il compagno delle serate sbronze e delle solitudini, quello che ti permette di entrare in un sentire condiviso, popolare. Lui, però, come tutti i “c(k)omandanti”, è uomo solo, nella piena retorica del rocker oceanico: «Certamente non basto a me stesso però è vero che di amici ne ho pochi. Vivo in un mondo che effettivamente non è quello della vita normale, inutile negarlo. Ho degli amici di infanzia con i quali il rapporto è rimasto intatto e che vedo ogni tanto, sì dai, ne ho qualcuno… ». Il prezzo da pagare, e anche il paradosso: lui campione della normalità che sta fuori dalla normalità, mitizzato oltremodo: « La gente vuol vedere in me di tutto. In pratica ognuno vede ciò che desidera per sé. Con l’immaginazione si viaggia a rotta di collo e le canzoni chiaramente aiutano. Così ognuno ha il suo viaggio nella testa ».

Il viaggio, all-inclusive, comprende pranzo al sacco, felicità anestetizzante e biglietto per il gigantesco convivio pop (ancora quattro in programma: domani a Napoli con tanto di polemica per il prato rovinato e registrazione del prossimo dvd, l’8 luglio a Messina e il 12 e 13 a Padova). Qualcosa che venti anni fa potevi vivere solo ai concerti delle star internazionali, questo è vero: «Un tempo noi italiani facevamo le balere, e già chi riusciva a riempirne una o a fare i festival de l’Unità era messo bene! Ricordo la prima volta in cui riuscii a fare un festival de l’Unità a Reggio Emilia con dieci, quindicimila persone, fu pazzesco! Allora pensare di riempire uno stadio non era neppure lontanamente concepibile. Poi sono arrivati gli anni Novanta e abbiamo lanciato questa sfida, nonostante all’inizio mi ci sia buttato con grande incoscienza ».

Tutto vero. Da quel momento, era il 10 luglio del 1990, c’è stato il ribaltamento di un trend, la fine di un’epoca per la musica dal vivo nel nostro paese: un italiano che ti riempie uno stadio e fa a gara con le produzioni internazionali, e in più batte gli stranieri in fatto di pubblico e incassi. Qui antesignano lo è stato, non ci piove; Vasco arriva, scardina il quieto vivere del cantautorato, mette su un muro di amplificatori, dà fondo ai watt, non si vergogna di fare lo show: «Venivamo dall’epoca dei cantautori, dove era tutto essenziale, si facevano le canzoni seduti, si raccontavano storie… io invece volevo fare spettacolo, insomma, fare la rockstar. Per me giocare è fondamentale… non è che uno fa la rockstar ed è convinto davvero di esserlo, altrimenti è meglio che lo ricoverino».

Poco prima di lui i Pooh, ma anche la Pfm, che gli aprì gli occhi: « Un gruppo della madonna dal punto di vista musicale, con Di Cioccio che suonava da dio. Quando vidi i Deep Purple a Bologna rimasi allibito soprattutto dallo show di supporto della Pfm, nessuno in Italia suonava come loro». Perché a Vasco la musica suonata piace, e quando ne parla gli brillano gli occhi. Oggi, per sopperire alla mancanza di ispirazione (più che comprensibile per uno che nel 2017 festeggerà i quaranta anni di carriera), spinge ulteriormente sull’acceleratore del maxi spettacolo: alza i volumi, ingigantisce l’impianto luci, assume batteristi virtuosissimi e chitarristi tamarri dalle mille evoluzioni, cui cede il palco per rifiatare durante i loro interminabili assoli. Tutto ciò nonostante l’assolo sia passato ampiamente di moda: «E’ vero, sono molti anni che l’assolo è out! Diciamo che dagli U2 è finito il suo tempo. Ma io continuo, perché mi piace il metal, perché mi piace l’assolo». Lapalissiano.

In tutto questo c’è poi un certo anacronismo che lo rende un personaggio ingenuo e lo fa star simpatico anche a molti detrattori, un anacronismo che va oltre i calcoli monetari e sta nella gestione familiare del suo enorme business: un’ufficio stampa fidatissimo dai metodi non esattamente tradizionali (la leggendaria e temutissima Tania Sax, suo alter ego e burattinaia di tutta la stampa italiana), uno storico, fondamentale, manager (Guido Elmi) ripescato dalle brume del passato, un giro di amici e di musicisti antichi e fidati che macinano la strada da secoli.

Quella strampalata ingenuità che gli fece interpretare la cover dei Radiohead tirandosi addosso le maledizioni di migliaia di fan scandalizzati della band di Oxford. O è delirio di onnipotenza o è ingenuità (ci sarebbe una terza via: un consigliere sbadato) mettersi a cantare “na na na” sulla melodia di “Creep”: « In effetti – racconta il Blasco con un sorrisetto – io pensavo che quella canzone fosse conosciuta da pochi, che fosse di nicchia, invece ero andato a toccare qualcosa di molto noto. Dopo quello che è successo, ti dirò che avrei voluto fare un’altra cover ma poi ci ho ripensato. Però vorrei ripetere che il permesso mi fu dato da… come si chiama… sì, quel Thom Yorke».

(foto Ansa)

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