Vasco Brondi: “Canto la vita dove fa bene essere sconfitti e contenti”

Musica
Vasco Brondi, mente del progetto musicale Le Luci della Centrale Elettrica, nato nel 2007.   ANSA / U.S. +++ EDITORIAL USE ONLY +++ NO SALES +++

La mente delle Luci della centrale elettrica esce con un nuovo appassionato album, “Terra”

terra-brondiL’ Italia è un posto dove si può «morire a vent’anni canti e guerre in sottofondo». La Terra è anche un luogo meraviglioso dove sette totem-sculture con pietre variopinte, fosforescenti, si stagliano nel deserto del Nevada, presenze ideate dall’artista svizzero Ugo Rondinone e immortalate dal fotografo Gianfranco Gorgoni. La foto di quelle opere d’arte ha affascinato Vasco Brondi, il cantautore indie-rock di Ferrara che equivale al gruppo musicale aperto Le Luci della centrale elettrica, al punto che ha voluto la foto come copertina del nuovo album, Terra , in uscita il 3 marzo. Al quarto disco, con un solido seguito soprattutto tra gli under 30, reduce dal discreto successo del precedente album Costellazioni, il chitarrista, autore e cantante ha composto dieci canzoni che hanno un amalgama sonoro più riuscito rispetto alle prove passate e trasmettono una sottile malinconia, disincanto e anche fiducia. Firmano la produzione Brondi e Francesco Dragogna del gruppo dei Ministri.

Brondi, il brano “Waltz degli scafisti” sembra ricordare qualcosa degli americani Midlake o, nel timbro, magari i Baustelle. Sono stati tra i suoi riferimenti?

«No, non penso al rock internazionale quanto a un discorso di musiche da altri continenti. Mi piace l’idea della musica che in due note ti trasporta porta da un posto a un altro. Le mie fondi di ispirazione principali rimangono le stesse: Battiato, De Gregori, i Cccp, i Csi».

Le Luci della centrale elettrica, The Giornalisti, Brunori Sas. Siete esponenti di un rock indipendente che oggi ha un suo riconoscimento. Cosa avete in comune tra voi?

«Abbiamo in comune l’andare ognuno per la propria strada, facendo musiche completamente diverse, seguendo un percorso personale, riuscendo a essere profondi e popolari. Il che si inserisce nella tradizione italiana. Se pensiamo a Lucio Dalla o, nel cinema, a Fellini è possibile essere fedeli a se stessi e raggiungere un sacco di persone nei concerti e con i dischi».

In “Moscerini” nel modo di cantare ricorda un cantautore importante degli anni ’70, Claudio Lolli.

«Lo amo, Incubo numero zero è un pezzo che adoro: in tre minuti e mezzo descrive un decennio e lo fa capire meglio di tanti libri».

Sempre in “Moscerini” canta: “Morire a vent’anni canti e guerre in sottofondo”. È il senso della disillusione?

«No, non è assolutamente un senso di disillusione. Il disco parla di temi essenziali, dell’idea della Terra e questo comprende contraddizioni come l’amore e la guerra, il bene e il male. Nel mondo c’è tutto e cerco di toccare sia temi dolorosi che altri pieni di gioia. Per rappresentare lo spazio in cui ci troviamo ho usato musica etnica nel senso di un’etnia immaginaria, italiana di adesso, dove si mischiano varie sonorità. Ho cercato musiche diverse incluse quella balcanica, i tamburi africani e i valzer. Ho inserito altri posti in modo filologicamente sbagliato per richiamare storie con un orizzonte molto ampio, come se stessi parlando di città viste dall’alto, dove si mischiano eventi epocali e fatti personali intimi».

Nella canzone “Profondo Veneto” una ragazza a Milano fa la fame e non lo dice a casa. Un testo pervaso di amarezza.

«Ma lei torna nel suo paesino veneto sconfitta e contenta. Assiste al crollo delle illusioni però è un crollo benefico perché è un chiamarsi fuori dalla corsa senza senso e senza fine che tutti percorriamo, andando di obiettivo in obiettivo per cercare una realizzazione lavorativa. Ma è un mito. La canzone è amara ma ha un finale positivo: lei si crea un’altra vita, accetta la sconfitta ed è contenta».

“Iperconnessi e in disaccordo con tutti / mai contenti, visi scavati e faccine sorridenti”, e si riferisce ai vent’anni. Sembra la fotografia di una generazione.

« L’essere connessi è un tema controverso, ne faccio parte e non mi tiro fuori. Ho letto un po’di libri sul mondo digitale e ho provato a fare un reportage emotivo. Per anni per la mia generazione è stato più bello criticare che creare, più bello nascondersi ed esprimere giudizi che rivelarsi. Tuttavia credo che internet anche sia in una completa transizione».

Lei è tra i nomi più seguiti nella nuova musica italiana. È rimasto legato alla sua Ferrara?

«Sì, molto. Ci vivo, lì posso stare mesi senza parlare di musica, la mia identità non coincide con quello che faccio e credo sia un fattore benefico. Come tutte le città di provincia in cui uno è cresciuto è una calamita fortissima sia perché mi richiama a sé sia perché è una forza respingente. Per questo disco ho fatto viaggi per scrivere in determinati posti dove invece non scrivevo niente mentre a Ferrara sono riuscito a concentrarmi».

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