Valentini: “Sul ’56 Enrico dissentì da Togliatti”

Berlinguer
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“In direzione fu l’unico a difendere Di Vittorio messo sotto accusa perché schierato con gli insorti. Fu il politico italiano che capì meglio il movimento delle donne. Per lui era l’unica rivoluzione riuscita del Novecento”

Chiara Valentini ha scritto diverse biografie di Enrico Berlinguer. Guardandolo a trent’anni di distanza dalla sua morte, fu conservatore o rivoluzionario? Immerso nel suo tempo o innovatore?

«Un conservatore? È l’ultima cosa che si può dire di lui. Rivoluzionario è un po’ troppo, il termine adatto è innovatore, soprattutto nell’ultima parte della sua vita. Nella sua ottica è quasi sempre presente il cambiamento. Anche il compromesso storico, che non mi ha mai appassionata, è stato un tentativo coraggioso di mettere mano alla realtà esistente».

De Giovanni gli rimprovera di aver dato per morto il capitalismo e di non aver capito per tempo la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. Non è un’accusa anacronistica?

«Si, un difetto dello scritto di De Giovanni e di qualche altra intervista è che più volte viene data una lettura ideologica piuttosto che storica della realtà. Se adottiamo un approccio diverso vediamo che in quell’epoca era in atto la rivoluzione neoconservatrice di Reagan e della Thatcher, con i loro estimatori italiani, De Mita e poi Craxi. I segnali di trasformazione della società non erano certo a vantaggio dei più deboli».

Segnali che il leader Pci colse?

«Berlinguer aveva cercato di trovare contrappesi e risposte da sinistra a quella controrivoluzione. Aveva colto in anticipo fenomeni importanti. Che la contrapposizione non era più fra Est e Ovest ma fra il Nord e il Sud, fra la ricchezza dell’Occidente e la miseria intollerabile del terzo mondo. E’ stata una grande intuizione, pensiamo al cambiamento che è venuto fuori dalla richiesta di prendere voce di Paesi che ci apparivano lontani. E alle conseguenze disastrose di non aver capito per tempo che era necessario ascoltarli».

Si rimprovera a Berlinguer di non aver mai rotto veramente con l’Urss, con la rivoluzione d’Ottobre.

«Molti hanno ricordato in queste interviste le rotture pubbliche di Berlinguer con Mosca. E l’eurocomunismo aveva segnato un distacco non solo politico. Ma non si sapeva un dettaglio importante. Nel 1956, in una drammatica riunione della direzione sulla repressione sovietica a Budapest, il più giovane di tutti, Berlinguer , era stato l’unico ad avere il coraggio di dissentire da Togliatti, che aveva messo sotto accusa il capo della Cgil Giuseppe Di Vittorio perché dava ragione agli insorti. A scoprirlo è stata una brava ricercatrice dell’Istituto Gramsci, Luisa Righi, che si è ascoltata per giorni le registrazioni di quelle vecchie direzioni».

Berlinguer e le donne. È vero che fu attento ai diritti femminili? Sul divorzio Occhetto lo ricorda tiepido, Bassolino invece convinto.

«E’ stato il politico italiano ad aver capito più di tutti la forza e la novità del movimento delle donne. Sul divorzio era stato prudente come il suo partito. C’erano i cattolici, ma anche il timore che una parte delle donne non avrebbe apprezzato, temendo di perdere la sicurezza familiare. L’atteggiamento di Berlinguer però si evolve. Nella fase finale del referendum prende una posizione netta e l’Unità martella ogni giorno per il no». Secondo lei, era una posizione politica o personale? «Da biografa dico che la vittoria referendaria del 1974 ha rappresentato per lui una svolta nella sua posizione politica e forse anche umana. In un’intervista di vari anni dopo mi confessò di aver sottovalutato le donne e la loro forza. E’ una scoperta che lo aveva segnato, che si sviluppò nei 10 anni successivi. Ripeteva spesso che l’unica rivoluzione non fallita del Novecento era quella femminile. Mi sembra un pezzo di storia italiana troppo spesso sottovalutato».

Certo, il Pci all’epoca non brillava per femminismo…

«C’è stato un gruppo di donne come Francesca Izzo, Mariangela Grainer e altre che sotto la guida della pur prudentissima Adriana Seroni erano riuscite a dare una scossa alla mentalità del partito. In un libro Graziella Falconi racconta un episodio illuminante. Nel 1983 si preparava il Congresso e la direzione stava votando la composizione delle commissioni, fondamentali per gli equilibri di forza. Lalla Trupia, responsabile femminile, era arrivata trafelata con mezz’ora di ritardo. Quando la commissione più importante era già stata votata, senza che vi entrasse neanche una donna. Trupia aveva chiesto di tornare al punto precedente dell’ordine del giorno. “Non è possibile, abbiamo già votato” aveva risposto Berlinguer. E Trupia: “Forse i compagni non ricordano che le compagne della mia età possono avere dei bambini piccoli. Io ho fatto tardi perché allattavo. Chiedo di tornare al voto per assenza giustificata”. E Berlinguer le diede ragione».

Lei scrive che il ‘79 è stato per Berlinguer «l’anno delle sconfitte». Il peggiore della sua vita politica?

«Fu un anno molto duro, segnato dalle conseguenze dell’assassinio di Aldo Moro, una vicenda che non ha paragoni nella storia occidentale. E’ incredibile che non si riuscì a mettere le mani su quel gruppetto più che rintracciabile di terroristi, fra sedute spiritiche, manovre di servizi deviati, interferenze della loggia P2. Fu la fine della solidarietà nazionale. Il Pci ne uscì con le ossa rotte, perdendo un milione e mezzo di voti alle elezioni. E si accese lo scontro nel gruppo dirigente».

Ha ragione chi sostiene che, fallito il compromesso storico, la proposta politica del Pci negli anni 80 era debole?

«Non sono d’accordo. Berlinguer cercò di ricostruire una politica su basi diverse, prendendo spunto dal terremoto dell’Irpinia, dall’impotenza del governo di fronte a migliaia di morti. Convocò una riunione lampo della direzione. L’idea era: tocca a noi ridare speranza al Paese, dare corpo e voce a un modo diverso di governare. E’ la seconda fase di Berlinguer, la più innovativa, in cui vede lontano: i cambiamenti del mondo, i pericoli per la pace, i movimenti giovanili contro l’atomica e il degrado dell’ambiente. Io la considero la fase più felice. Del resto basta la sua denuncia della questione morale a capire quanto fosse lungimirante».

Ha un ricordo personale del leader comunista?

«Ho avuto la grande fortuna di conoscerlo abbastanza bene. Per una giornalista donna e giovane era difficilissimo incontrarlo. Tatò faceva la guardia e sceglieva grandi firme come Scalfari e Pansa. Ma nel 1980 il mio giornale di allora, “Panorama”, mi mandò a seguirlo in un viaggio in Cina. Speravo in un’intervista, ma quando finalmente ci trovammo seduti vicino a una cena ufficiale fu lui a farmi le domande. Avevo appena scritto un libro con Laura Lilli, “Care compagne”, sul femminismo e le donne del Pci. Berlinguer era incuriosito. C’era una segretaria provinciale che proponeva che le donne diventassero l’unica corrente strutturata del partito».

Chissà, magari non aveva torto.

«Forse. Peraltro nei suoi ultimi anni Berlinguer aveva creato un gruppo interparlamentare di deputate, che poteva proporre leggi e emendamenti in modo autonomo. Non si può dire che i compagni parlamentari ne fossero entusiasti. E infatti scomparso Berlinguer non se ne fece più niente».

Inutile quanto inevitabile chiedersi cosa sarebbe successo se Berlinguer non fosse morto così presto. A lei capita di pensarci?

«So che non voleva assolutamente morire segretario. Pensava che a un certo punto il suo compito sarebbe finito, immaginava di tenere solo il ruolo di parlamentare europeo. Anche per desacralizzare il ruolo di segretario, renderlo più vicino alla vita di tutti. Purtroppo non è andata così».

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