Vaciago: “Col contagio in pericolo la nostra ripresa”

Dal giornale
epa04896956 A Chinese investor monitors stock data on an electronic board at a securities brokerage house in Beijing, China, 25 August 2015. China shares fell sharply again 25 August as markets opened, following the nearly 9-percent loss the previous day. The benchmark Shanghai Composite Index opened down 6.4 percent, at 3,004.13 points. The Shenzhen Component Index opened lower by 6.9 percent, 10,212.47.  EPA/HOW HWEE YOUNG

Intervista all’economista direttore del Ref ricerche: servono politiche espansive

«Abbiamo passato nove mesi a discutere della Grecia che vale il 2% del Pil dell’eurozona trascurando quanto accadeva in Cina che per le sue dimensioni è in grado di farci molto male. I mercati stano reagendo a un’assenza di governo, eppure l’Eurogruppo non si è riunito e i diciannove di Bruxelles sono rimasti in vacanza». Così il professor Giacomo Vaciago, economista e presidente di Ref Ricerche, uno degli istituti di supporto all’Ufficio parlamentare di bilancio, l’organismo che deve validare le proiezioni macroeconomiche del governo. «Occorre – afferma – una forte politica per la crescita, servono investimenti, non aspettare che il Pil cresca a seguito delle azioni di Draghi, che è bravissimo ma non non può sostituirsi ai governi. Inoltre, in questo caso, non c’è uno sumento che possa evitare il contagio».

Quali rischi corre l’Italia?

«Rischi per la crescita, per la ripresa. Di conseguenza per le riforme messe in cantiere. Abbiano avuto un buon inizio d’anno con una crescita in linea con le previsioni del governo. Ora però c’è la crisi cinese, ma non solo quella, ci sono shock negativi a diverse latitudini: una volta c’è il terrorismo in Nordafrica, poi c’è la crisi ucraina, l’altro giorno le due Coree sono tornate a sparare. Queste notizie fanno male alle aspettative degli imprenditori che se vogliono avviare un’attività, rinviano. Si rischia una frenata globale che non può non ripercuotersi sull’Italia. Già ora ci si chiede se la crescita dell’1,4% per il 2016 sia un obiettivo realistico. A mio avviso sarà meno, se non si agisce subito».

Agire come?

«Servono politiche espansive in Europa oltre che in Italia. Del piano Juncker si sono perse le tracce, i progetti di investimento rinviati, così addio crescita per il 2016 con ricadute sull’occupazione e tutto il resto. Serve un patto per la crescita, non aspettare che il Pil si riprenda per quello che la Bce fa o non fa. Se non arriva presto una risposta dell’Eurogruppo, forte, chiara e comprensibile a tutti, saranno guai. Bisogna rilanciare gli investimenti pubblici, perché se il pessimismo passa dalle Borse all’economia reale, addio ripresa. L’ottimismo di Pasqua diventa il pessimismo di Natale e se il 2016 non accelera sulla crescita diventa un anno perso. È urgente che l’Europa e l’Italiadiventino locomotive di se stesse e non vadano al traino della crescita altrui, della Cina, del Brasile o della Russia. Lo shock cinese è l’ultima delle cattive notizie Il governo italiano deve prendere atto che lo scenario è peggiorato e richiede politiche espansive ad hoc che sostituiscano la mancata crescita dei Paesi emergenti».

Davanti a una crisi planetaria, i singoli governi non hanno molto margine di azione.

«In questi anni abbiamo spinto per ottenere maggiore flessibilità da Bruxelles, ora non basta più, non basta che ci venga lasciato un po’ di margine in più di deficit. Bruxelles deve essere valorizzata più come locomotiva e non come la maestrina severa che ti fa fare i compiti a casa e poi se ti vuole bene ti lascia in pace. Dobbiamo premere in Europa per gli investimenti, mettere la questione sul tavolo già a settembre».

Ma come si è arrivati a questo punto?

«Negli ultimi venti anni anni abbiamo creato moneta più globale, finanza più globale, l’economia è meno globale ma paga le conseguenze degli shock che moneta e finanza creano nel mondo. Se c’è liquidità in eccesso in un Paese, si sposta in un altro Paese, si investe lì per poi spostarsi altrove quando conviene. In Cina l’economia è cresciuta bene, ma c’è stato un eccesso di liquidità: ora la bolla si sgonfia. Finora, al crollo di una Borsa è sempre seguito l’intervento di una banca centrale con iniezione di nuova liquidità. In pratica si è fronteggiata una crisi di astinenza con nuova droga. Così si ricomincia da capo. È ora che intervengano i governi, non le banche centrali».

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