“Usa-Russia, è la Rete la nuova frontiera della Guerra fredda”

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epa05686538 Russian President Vladimir Putin is recorded with a camera during his annual press conference in International Trade Center in Moscow, Russia, 23 December 2016. A total of 1,437 journalist from all regions of Russia are accredited at the press conference with many of them using various creative ways to attract the attention of the Russian leader and to ask their questions.  EPA/YURI KOCHETKOV

Parla Vittorio Strada, il più autorevole studioso italiano del “Pianeta Russia”

«Non siamo di fronte a un fatto isolato, ma a un strategia pianificata a tavolino che avrà altri momenti di attuazione. La frontiera della nuova “Guerra fredda” è quella che ha come campo di battaglia la rete. E su questo tavolo il gruppo dirigente russo ha puntato tutte le sue carte». A sostenerlo è il più autorevole studioso italiano del «pianeta Russia»: il professor Vittorio Strada. In questi giorni è in uscita il suo saggio, quanto mai di attualità, Impero e rivoluzione. Russia 1917-2017 (Marsilio Editori).

Professor Strada, l’intelligence Usa conferma: Putin ordinò d’influenzare il voto per le presidenziali che hanno «incoronato» Trump. Qual è il segno di questa ingerenza che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha minimizzato ma non smentito?
«Indubbiamente ci troviamo a dover fare i conti con una svolta clamorosa, direi decisiva nella storia dei rapporti tra potenze. Lo scontro avviene ormai in forme mediatiche, viaggia nella rete, a “combatterlo” non sono soldati ma hacker. E questo tipo di conflitto viene teorizzato apertamente dagli strateghi della politica russa che attribuiscono alla rete un ruolo essenziale, addirittura di carattere strategico. E quella di cui stiamo parlando sarebbe la prima forma di un intervento diretto in una fase decisiva nella vita politica americana come sono le elezioni presidenziali. Quanto sia stata davvero pervasiva questa “ingerenza informatica” russa non è dato ancora sapere e forse non lo si saprà mai, ma basta il riconoscimento del fatto che ci sia stata per parlare, appunto, di una svolta clamorosa. Clamorosa e non episodica. Nel senso che questo non è che l’inizio di una forma di intervento che certamente, in questo caso in particolare, avrà conseguenze politiche di lunga durata».

Lunga quanto?
«Non azzardo previsioni temporali, ma quel che è certo è che il contrasto tra Russia e Stati Uniti, e più in generale tra la Russia, i suoi vecchi e nuovi alleati e l’Occidente, è già entrato in una fase di turbolenza nuova, di cui la tutt’altro che risolta crisi ucraina e ancor più la guerra in Siria sono le espressioni più evidenti, con una grande incognita, e cioè la linea di comportamento che sarà tenuta nei fatti, al di là delle dichiarazioni in campagna elettorale, dal nuovo presidente americano. In proposito, va sottolineato come nel mondo politico ufficiale russo, c’è una grandissima aspettativa per una svolta radicale nei rapporti tra le due potenze e questo sulla base della nuova linea di politica internazionale che viene attribuita a Trump».

Influenza il voto americano, si pone al centro della partita mediorientale: siamo all’apoteosi dello “Zar del Cremlino”?
«Vede, l’errore che si commette spesso nel raccontare le vicende russe, è quello dell’estrema personalizzazione, ritenendo che si sia di fronte, per l’appunto, a uno “zar ”. Nessuno può negare la forte personalità di Putin ma ciò non deve mettere in ombra l’affermarsi di una forma mentis, di una ideologia che sono proprie di una élite dirigente di cui certamente Putin è l’espressione più alta e non solo per la carica che ricopre. Alcuni commentatori politici si spingono a parlare di una fase “post putiniana”, anticipando i tempi, ma io penso che se anche uscisse di scena, ipotesi al momento fantascientifica, questa tendenza permarrebbe, perché è preparata da tutta un’azione che chiamerei politico-culturale, la quale attribuisce alla Russia il ruolo di leadership, addirittura etico-politica, rispetto a un Occidente in fase di decadenza».

In precedenza, Lei ha fatto riferimento alle aspettative dei circoli politici russi sulla presidenza Trump. C’è un ambito in particolare dove queste aspettative si orientano maggiormente?
«L’aspettativa riguarda un accordo globale, di carattere politico ed economico. L’intervento russo in Siria, che adesso, a missione compiuta, va riducendosi, è stato con tutta evidenza un intervento a favore del regime di Assad, tuttavia la richiesta fatta dalla dirigenza russa alle potenze occidentali, e in primo luogo agli Usa, è stata quella di un rinnovo dell’alleanza antifascista della Seconda guerra mondiale, riattualizzata in chiave di lotta al terrorismo dell’Isis. Questo ha rimescolato le carte sul piano dei rapporti tra gli Stati e in questo senso il caso della Turchia è il più significativo. In Russia addirittura qualcuno ha azzardato l’ipotesi di una uscita di Ankara dalla Nato. Di certo, il nuovo presidente americano e l’Europa si trovano a dover fare i conti con una situazione profondamente mutata rispetto a quella dei tempi recenti, e per l’Europa, intesa come Ue, questo rappresenta, ancor più che per gli Stati Uniti, una sfida politica cruciale, in quanto l’Europa è priva di una sua politica estera e di difesa condivisa e di una visione strategica, deficit ancora più gravi sotto l’impatto dei problemi migratori».

Nel pieno della crisi, armata, ucraina, Barack Obama, grande sostenitore delle sanzioni contro Mosca, definì la Russia una “potenza regionale”. Alla fine, a vincere è stato Putin?
«In quel caso, ma non solo in quello, Obama dimostrò di non aver capito la nuova politica estera russa. È chiaro che il gruppo dirigente russo ha dato una preminenza alla politica estera rispetto a quella interna, investendo nella prima tutti i mezzi e le risorse disponibili. I sostenitori della “marginalità” russa pongono l’accento sul fatto che la Russia attuale è una potenza economica del tutto secondaria sul piano mondiale, ma si dimentica, o si sottovaluta erroneamente, che la Russia è una super potenza nucleare che a suo tempo ha ricevuto dall’Ucraina il monopolio degli armamenti nucleari sovietici. E una potenza nucleare di questa portata, enorme, non può essere declassata a potenza “regionale” come ha fatto Obama. In definitiva, si può sostenere, a ragion veduta, che il gruppo dirigente russo guidato da Putin si è dimostrato il più abile giocatore sul piano internazionale. Resta da vedere se si tratta di un bluff o di una vera superiorità destinata a pesare nel tempo nella grande partita che è in corso. Per il momento il vincitore sta al Cremlino, è Vladimir Vladimirovič Putin».

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